.
Annunci online

andreabenedino
Amo in te l'impossibile, ma non la disperazione (Nazim Hikmet)


Diario


30 novembre 2007

Voglio un Sindaco che sappia dire dei no

In queste ultime settimane ad Ivrea nel mondo politico si fa un gran parlare dei futuri candidati sindaci e presto anche il Partito Democratico, ultimata questa orrenda fase di nomine convulse soppesate minuziosamente tra correnti e componenti, si dovrà necessariamente concentrare i pensieri sull'identikit di colui o colei che dovremo candidare a sindaco della città.
Ed è proprio su questo identikit che vorrei fare alcune considerazioni:

1) Grijuela è stato in questi anni un sindaco apprezzato dai cittadini, più ancora che dai partiti della sua maggioranza, proprio perchè ha saputo interpretare il suo ruolo di sindaco come quello di leader politico equilibrato, che sa confrontarsi con tutti, ma che alla fine sa decidere, mettendo nel conto anche di scontentare qualcuno dei suoi. L'ha fatto fin dall'inizio - e me lo ricordo bene - quando costruì la squadra del suo primo mandato scontentando alcune legittime aspettative di dirigenti del suo partito di provenienza, e rivendicando pienamente la sua prerogativa, datagli dalla legge, di scegliersi gli assessori in autonomia.

2) Non sono tra coloro che pensano che questa autonomia dei sindaci si possa trasformare in un delirio di autosufficienza. E' un prezzo questo che la città pagò ai tempi di Giovanni Maggia sindaco, in cui l'amministrazione visse per quattro lunghi anni un'instabilità politica nei rapporti tra maggioranza e sindaco mai sperimentati prima. L'autonomia del sindaco va esercitata a mio modo di vedere (nelle scelte politiche di fondo, così come nelle scelte dei collaboratori) con equilibrio e saggezza, ma anche con una certa forza, per respingere eventuali pretese arroganti della partitocrazia cittadina di condizionare troppo pesantemente l'operato dell'amministrazione nel nome di logiche meramente spartitorie.

3) Sono quindi perplesso quando sento dire - anche nel mio partito, e mi riferisco all'attuale PD eporediese - che dobbiamo prepararci a presentare assieme sindaco e squadra, perchè ciò se ha il pregio della trasparenza coi cittadini nella proposta politica, ha però il difetto forte di condizionare eccessivamente le scelte di colui o colei che verrà chiamato/a a candidarsi, pregiudicando scelte che invece, a parer mio, andranno necessariamente fatte (se vorranno essere efficaci) scontentando più d'uno.

4) In conclusione sono dell'idea che il futuro sindaco debba corrispondere ad almeno una caratteristica fondamentale: quella di sapersi assumere responsabilità anche scomode e di saper pronunciare dei no molto chiari, anche nei confronti del proprio partito di appartenenza. Nel nome del fatto che egli od ella dovrà rispondere del proprio operato in primo luogo ai cittadini che l'hanno eletto/a, e non ai partiti che l'hanno proposto/a. E penso che il Partito Democratico, che nasce nell'impostazione veltroniana come "partito dei cittadini" prima ancora che degli iscritti o dei militanti, dovrebbe assumere proprio questo criterio come suo astro polare. Temo invece che a livello cittadino stiano prendendo piede altre impostazioni. Per parte mia le contrasterò in ogni modo.




permalink | inviato da andreabenedino il 30/11/2007 alle 10:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


27 novembre 2007

Fatti più in là..

Leggetevi questa simpatica agenzia sul dibattito sui giovani tenuto ieri da Rutelli a Vercelli. Da notare che a organizzare l'incontro è stato Luigi Bobba, senatore teo-dem eletto come vi avevo scritto l'altro giorno coordinatore provinciale del PD a Vercelli. E che al tavolo non è stato chiamato ovviamente il bravissimo Alessandro Portinaro, 28enne segretario provinciale uscente dei DS di Vercelli, costretto a "farsi più in là" per lasciare il posto al "non-giovane" Bobba. Paradossale? Già, davvero paradossale. Nel frattempo vi comunico che Morgando mi ha nominato nella segreteria regionale del PD piemontese..e stiamo già preparando le prime battaglie!!



GIOVANI:RUTELLI,CONDIZIONE DIFFICILE A CAUSA PAESI EMERGENTI

(ANSA) - VERCELLI, 26 NOV - 'I ventenni di oggi avranno una condizione piu' difficile della nostra non per la competizione con la generazione che li ha preceduti,ma perche' dovranno combattere con i piu' agguerriti coetanei dei paesi emergenti'.
Lo ha affermato il vicepremier Francesco Rutelli, intervenuto questa sera a un dibattito sul libro 'Contro i giovani', a Vercelli.
'Il futuro dei nostri figli - ha detto Rutelli - dipende da loro. I posti di responsabilita' non si ottengono per l'elargizione di chi detiene il potere, ma perche' si hanno idee e voglia di combattere. Una generazione si afferma sulla precedente perche' ha obiettivi differenti e vuole costruire un orizzonte nuovo. Vorrei un'Italia - ha aggiunto - animata da giovani che dicono: 'Al futuro ci vogliamo pensare noi, fatevi piu' in la' perche' vogliamo costruire un avvenire migliore per i nostri figli'. Allora - ha concluso - sara' arrivata una generazione visionaria che merita di prendere il nostro posto'.
Al dibattito, moderato dal giornalista Enrico De Maria, responsabile della Stampa di Vercelli, sono intervenuti Luigi Bobba, neo coordinatore provinciale del Pd, Giacomo Ferrari, preside della Facolta' di Lettere dell'Universita' del Piemonte Orientale e un Tito Boeri, autore del libro insieme a Vincenzo Galasso.(ANSA).





permalink | inviato da andreabenedino il 27/11/2007 alle 1:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


23 novembre 2007

scusate il silenzio

Lo so, è un po' di giorni che non scrivo. Ma non perchè stia passando il tempo ad auto-votarmi nel sondaggio della Sentinella (a differenza di altri..). No, è che sono giorni in cui sto cercando di raccogliere le idee e riflettere. Ho sempre concepito il mio impegno politico in questi anni con una dimensione GLOCAL: mi è sempre piaciuto infatti spaziare dall'impegno nazionale a quello per la mia città, Ivrea, in cui faccio l'amministratore da ormai 9 anni. E negli ultimi anni si è aggiunto per me l'impegno nella segreteria regionale dei DS piemontesi che mi ha consentito di conoscere più direttamente le dinamiche politiche della mia Regione.
Vi confesso che sto attraversando una fase di crisi, anch'essa molto GLOCAL:
- a livello nazionale vedo un silenzio assordante del PD rispetto ai diritti civili. A parte un intervento nei giorni scorsi di Goffredo Bettini che annunciava i forum come strumento per risolvere le divergenze sui temi etici (prontamente attaccato dai soliti teo-dem) e un coraggioso e isolato intervento a Milano di Ignazio Marino, c'è il silenzio tombale. Come uscire da quest'angolo? Che ruolo possiamo svolgere noi lgbt in queste dinamiche? con quale agibilità politica e credibilità? ne discuteremo mercoledì prossimo a Roma in una riunione degli eletti lgbt nelle assemblee e degli ex di Gayleft. La riunione si svolgerà al famoso "loft", da cui le battute sul fatto che stiamo passando da Gayleft a Gay..LOFT!!
- a livello regionale il risultato raggiunto del pareggio tra Susta e Morgando, con la successiva proclamazione di Morgando segretario primus inter pares sta producendo effetti nefasti sui territori, impedendo alle giovani generazioni di dirigenti politici qualsiasi spazio vero di promozione, a differenza di quel che avviene nel resto d'Italia. Caso esemplare quello di Vercelli, dove il bravissimo Alessandro Portinaro, da pochi mesi eletto segretario provinciale DS mettendo finalmente da parte i vecchi notabili del partito locale, viene ora messo da parte per far posto a Luigi Bobba come coordinatore provinciale del PD, in nome di un accordo spartitorio delle province..ma è solo un esempio e se ne potrebbero fare tanti altri..
- a livello cittadino credo che il centrosinistra ed in particolare il Partito Democratico locale stia creando tutte le premesse per una svolta epocale: consegnare al centrodestra il Comune di Ivrea, storicamente in mano alla sinistra riformista. Troppe le risse interne tra i cosiddetti "continuisti" con l'attuale amministrazione e coloro i quali l'hanno contrastata in questi anni dai banchi della maggioranza del Consiglio Comunale. Io modestamente qualche mese fa segnalai questo rischio contestando in Consiglio Comunale i capigruppo DS e DL che presentavano ignobili ed inutili interpellanze, ma evidentemente questo avvertimento non è servito, perchè gli oppositori interni sono all'opera più che mai. E ogni giorno che passa in questo stato di confusione equivale a mezzo punto in percentuale in più per il centrodestra. Alla fine l'unica nostra speranza (scusate l'eufemismo) sta in Berlusconi che ha distrutto la CDL. Ma non è detto che le divisioni nazionali si ripercuotano anche qui, dove il centrodestra si giocherà l'occasione della sua vita per prendersi il Comune. E se vinceranno a Ivrea, sarà l'inizio della fine anche per la Provincia (2009) e per la Regione (2010). Spero vivamente di essere smentito dai fatti e che si possa ritrovare l'orgoglio per la miriade di cose fatte in favore dei nostri cittadini. E spero che a Torino si rendano conto che il problema di Ivrea è vincere, e non solo scegliere il candidato da mettere in campo, dando per scontata una vittoria che scontata non è.




permalink | inviato da andreabenedino il 23/11/2007 alle 12:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa


16 novembre 2007

Sondaggio



Non sono un fanatico di sondaggi e non ho alcuna intenzione di candidarmi a sindaco. Ma visto e considerato che La Sentinella del Canavese ha lanciato un sondaggio online sul futuro candidato a sindaco di Ivrea e che per quanto riguarda il centrosinistra ha inserito anche il mio nome tra i "papabili" (la definizione l'han data loro..), mi scoccerebbe arrivare proprio tra gli ultimi. Quindi se vi va fate un salto su questo LINK e votatemi. Sempre se vi va. Mah.




permalink | inviato da andreabenedino il 16/11/2007 alle 14:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


15 novembre 2007

Negli Usa i gay fuori dal ghetto

La Stampa di oggi pubblica questo bell'articolo di Irene Tinagli, collaboratrice italiana di Richard Florida e collega delegata all'Assemblea Costituente Nazionale del PD (lei sta in Commissione Statuto).



Negli Usa i gay fuori dal ghetto

di IRENE TINAGLI

Quest'anno niente festa di Halloween a Castro, il famoso quartiere gay di San Francisco. La tradizionale celebrazione era ormai diventata ingestibile, con 200 mila visitatori da ogni parte d'America, di cui molti non gay che venivano solo per curiosare e far confusione. Ma i motivi d'ordine pubblico sono forse solo la facciata di una questione piu' ampia che sta emergendo negli Stati Uniti. «Ma i quartieri gay sono passati di moda?», si chiedeva pochi giorni fa il New York Times. In effetti noti quartieri gay come lo stesso Castro, il West Village di New York, o West Hollywood stanno ormai diventando sempre più popolati da giovani famiglie etero, attratte dal loro clima eclettico, brioso e pacifico.
Recenti ricerche condotte negli Stati Uniti confermano questa tendenza e mettono in evidenza un fenomeno molto interessante. Le coppie gay sono aumentate del 30% rispetto al 2000, arrivando a quota 777 mila, ma questo aumento non è concentrato nelle solite poche aree e stati gay-friendly. Al contrario, esso è più evidente in Stati tradizionalmente poco aperti come Indiana, Iowa, Kansas o Wisconsin. Insomma, mentre la politica cerca di usare la questione gay come elemento di polarizzazione ideologica e politica, la società Usa sta cambiando, si sta abituando alle diversità e i gay stanno uscendo dai ghetti, si sentono sempre più tranquilli e sereni a vivere in comunità tradizionali e più periferiche. D'altronde i gay sono anche spinti a cercare nuovi luoghi e spazi perché i loro quartieri, man mano che sono diventati più belli e appetibili per le nuove famiglie, hanno visto lievitare i prezzi e sono diventati sempre più inaccessibili. Se si analizzano i dati sulla distribuzione geografica dei gay negli USA e si confrontano con l'andamento dei prezzi degli immobili si può vedere che la presenza gay è un forte indicatore del potenziale economico di un quartiere. Lo conferma un recente articolo dello studioso Richard Florida presentato e commentato dalla CNN secondo cui nelle comunità ad alta concentrazione di gay si registra un consistente aumento del valore delle case.
Ancora una volta negli Stati Uniti lo studio e l'analisi delle demografiche gay consente di identificare, capire ed interpretare importanti cambiamenti sociali ed economici, e di trarne indicazioni per elaborare nuove politiche di sviluppo urbano e di integrazione sociale.
Purtroppo in Italia non è così. La comunità gay in Italia esiste ma è invisibile perché nessuno sembra interessato a conoscere, capire, analizzare dinamiche ad essa collegate. Se applichiamo all'Italia la stessa percentuale stimata per gli Stati Uniti siamo di fronte ad una comunità di circa due milioni di persone, due milioni di italiani ignoti e ignorati dalla politica e dalla maggior parte delle istituzioni. Le ripetute richieste all'Istat di includere le coppie LGB nel censimento della popolazione sono cadute nel nulla. Eppure sarebbero dati così importanti per capire meglio le dinamiche della nostra società, del nostro territorio e anche della nostra economia.
Per esempio, utilizzando i dati, pur parziali, raccolti da un'organizzazione gay siamo riusciti a identificare interessanti dinamiche anche nel nostro paese, che hanno evidenziato come le città piu' gay-friendly siano anche le città più aperte per i giovani, per le nuove idee, e dove crescono di più e meglio le industrie tecnologiche. Ma questi risultati, pur importanti, non sono stati seguiti da una riflessione condivisa né è stato possibile condurre approfondimenti vista l'inesistenza di dati piu' completi e ufficiali in materia.
Nei pur bigotti Stati Uniti i gay stanno già uscendo dai loro ghetti, da noi devono ancora lottare per averli.




permalink | inviato da andreabenedino il 15/11/2007 alle 23:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


11 novembre 2007

Da Benedino a Speranza Ecco l´alfabeto del Pd

Questo è un simpatico articolo che ha scritto la mia amica Sara Strippoli su Repubblica di Torino di oggi.



Da Benedino a Speranza Ecco l´alfabeto del Pd 

SARA STRIPPOLI 

Un nuovo partito nasce se sa creare un nuovo linguaggio. Ecco le parole chiave della platea della Concordia.
B come Benedino: «Con la Costituente Morgandiani e Sustiani sono finiti. C´è Speranza». Il copywriter d´eccezione - se disegnasse sarebbe il Vauro del Pd - è Andrea Benedino, Arcigay, ex-assessore alla cultura del Comune di Ivrea, fino a ieri nella direzione regionale dei Ds. Le sue sintesi-slogan che arrivano puntuali al termine di faticose giornate assembleari sono efficacissime. Dopo il commento alla nomina di Alessandra Speranza come tesoriere, la numero 2 è dedicata ai battibecchi nel Pec. E fa così: «Dove c´era il Pec, adesso c´è il Crep». In assenza di cariche politiche, la carriera di pubblicitario è assicurata.
D come Donne. O Veline? I maschi del Pd ieri se la sono vista davvero brutta. La gaffe del neopresidente Sergio Soave è stato il leit-motiv della giornata. Ma cosa ha detto il docente universitario per far imbestialire anche le più dolci ex-compagne di partito? Alla senatrice Magda Negri, critica sull´assenza di donne al tavolo della presidenza, ha risposto così: «Ma sì, aggiungiamo due sedie». La sala del Teatro della Concordia ha rumoreggiato, le donne hanno fischiato: «Ma ci prende per vallette?». A chiedere scusa ci ha pensato il segretario Gianfranco Morgando: «Al di là dell´incidente di percorso, non possiamo certo dire che non siamo interessati ad affrontare il tema del "genere e della generazione"». Soave ha fatto un tentativo di sdrammatizzare, quando ha presentato la mozione delle donne: «Lascio parlare Rosanna Abbà, io mi guardo bene dall´interpretarla personalmente».
G come Giovani Visi giovani, finalmente. Non tanti quanto avrebbero voluto vedere i padri-fondatori del Pd, ma i giovanissimi questa volta c´erano. Chiedono la nascita della Giovanile del Pd. Contenti di esserci e per nulla spersi nell´assemblea un po´ sonnacchiosa di ieri. Enza Yu, diciannove anni, al primo anno di Scienze politiche eletta nel Collegio 1 al regionale e Simona Segre, ventitré, seguace di Mauro Marino ed eletta per il nazionale dello stesso collegio, hanno resistito fino alla fine. Costanza Mottino: «Chiediamo che nello statuto sia riconosciuta la Giovanile», Paolo Cugini: «Vorrei fare un appello ai ragazzi perché vengano numerosi in questo partito». Marcello Scuiati di Vercelli: «In questo partito vogliamo sia riconosciuto il merito».
R come Risentimento. Circolava ieri in sottofondo fra l´ex Pec. La lettera in cui si rivolgevano critiche ad Esposito, Placido e Chiama ha causato dissapori e commenti. Giorgio Ardito è dispiaciuto perché Stefano Esposito ce l´ha con lui, Roberto Placido è sereno e ricorda che in fondo quella lettera riconosce al trio il ruolo di leader, Carlo Chiama è perplesso ma sembra molto più preoccupato per il bilancio in Provincia. Ma il Pec di fatto non c´è più, aveva ricordato Esposito. E allora perché tanta preoccupazione per le contestazioni?
P come Partito. Liquido, gassoso, ferrarelle? Roberto Tricarico ci ha scherzato su, ma il tema della liquidità del partito è arrivato da Roma ed è rimbalzato all´assemblea di Torino. Qualcuno, come Alessandra Guseo, Società civile di formazione verde, il partito lo vorrebbe «cartesiano». C´è chi commenta: «Mi è venuto il mal di testa».
S come Soldi e Speranza. Soldi e Speranza da ieri sono indissolubilmente legati. Primo perché la bindiana Alessandra avrà il compito di custodire le casse (vuote, si affretta a dire) del Pd. Secondo, perché di soldi e quote si è abbondantemente parlato ieri nel foyer del Teatro di Venaria. I Ds sono ligi e pagano le quote mentre i margheritini sono meno generosi. Il bilancio dei Ds è sui giornali, su quello della Margherita c´è più mistero. E allora? Speranza avrà un bel daffare. E lei, scherzando con Anna Rossomando e Rosanna Abbà, ieri ha lanciato la prima idea: «Potremmo fare un calendario per raccogliere fondi». Una provocazione per Soave: «Così, visto che dobbiamo fare le veline almeno tiriamo su un po´ di spiccioli...».




permalink | inviato da andreabenedino il 11/11/2007 alle 8:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


10 novembre 2007

Ciao Giglia

 

Ieri notte prima di andare a dormire ho acceso il televideo per vedere l'ultimaora e ho appreso con dolore della morte di Giglia Tedesco. Molto spesso in questi anni con Paola Concia abbiamo scherzato sul fatto che la "vecchia generazione" di dirigenti del PCI era in realtà molto più "giovane" di tanti attuali dirigenti, soprattutto sulla questione della pari dignità delle questioni dei diritti civili e dei diritti sociali. E quando invocavamo lo slogan "a' ridatece gli ottant'enni!" gli esempi che ci venivano in mente erano quelli di giovani vecchi come Miriam Mafai, Alfredo Reichlin e appunto Giglia Tedesco. Giglia è da sempre stata un esempio politico per molte donne e anche per tanti uomini (come me per esempio). Lo è stata perchè era una donna schietta, che diceva sempre con molto rispetto come la pensava, che non si stancava di ascoltare gli altri affermando l'esempio di una politica laica e pulita. Poco più di un anno fa ebbi modo di conoscerla. Eravamo a Pesaro alla Festa nazionale de l'Unità e con Paola, Aurelio, Ivana Bartoletti ed altri affrontavamo un dibattito sui giovani e la sessualità. Giglia era seduta in prima fila ad ascoltarci ed alla fine, dopo un dibattito in cui noi abbiamo parlato a lungo dei troppi imbarazzi della classe politica odierna della sinistra italiana nell'affrontare i temi della sessualità, ci ha avvicinato e ridendo ha commentato che la differenza tra gli attuali dirigenti e quelli di un tempo stava nel fatto che "questi trombano troppo poco". Ora, immaginatevi la scena: noi di fronte ad una donna con la sua storia che ci dava ragione su tutta la linea ed in modo così disarmante!! Più avanti, un paio di mesi dopo, proposi al sito di Gay Tv di intervistarla su questi temi, certo che ne sarebbe venuta fuori un'intervista molto gustosa ed illuminante. Purtroppo non so per quale motivo, ma non se ne fece nulla. Per ultimo, mi piace ricordare che Giglia fu, anche se solo per un breve periodo (quello che intercorse nel '94 tra le dimissioni di Achille Occhetto e l'elezione di Massimo D'Alema) l'unica donna a dirigere il PDS. Questa mattina in apertura dei lavori dell'Assemblea Costituente regionale del PD piemontese, Giglia è stata ricordata con una commovente testimonianza di Magda Negri.
Ciao Giglia, ci mancherai.




permalink | inviato da andreabenedino il 10/11/2007 alle 19:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


8 novembre 2007

Piccoli statisti crescono all'ombra dell'old labour Brown

Dal Riformista di oggi. Ho inaugurato una nuova collaborazione con il mitico Fra, che spero possa proseguire anche in seguito.



Piccoli statisti crescono all'ombra dell'old labour Brown

Mentre i trenta-quarantenni governano a Londra, da noi c'è il revival del Subbuteo come strumento di lotta politica generazionale

di Francesco Salinas e Andrea Benedino

I marziani sono sbarcati a Primerose Hill. Non è l'ennesimo revival della Guerra dei Mondi , celebre romanzo di H.G. Wells, che aveva immaginato il campo base degli alieni invasori proprio nell'area di Londra non lontana da Regent Park, oggi elegante quartiere residenziale, residenza prediletta di vip e rockstar, esponenti della nuova intellighenzja d'oltremanica e star del cinema hollywoodiano. I marziani, almeno agli occhi dell'osservatore italiano, sono i nuovi ministri del governo Brown, un'ossatura di trenta-quarantenni che bilancia la non più tenera età del Leader con una (mediaticamente celebratissima) infornata di volti nuovi. Oggi, alla luce degli scostanti umori dei sondaggi, si può dire che la luna di miele tra Brown ed il Regno Unito sia definitivamente conclusa. Eppure ci sono alcuni elementi che, pur sotto traccia, meritano una qualche attenzione da parte dell'osservatore del Bel Paese.
La ricetta vincente del Brown's Reshuffle , come la stampa ha etichettato il radicale ricambio del governo laburista, è tutto sommato semplice: un'infornata di volti giovani (non volti nuovi) cresciuti nel lungo decennio blairiano, tra think tank come la Fabian Society, università e primi incarichi di governo negli ultimi anni del New Labour, e ora pronti a lanciarsi nell'esperienza della prima fila. È un piccolo passo per il Labour, che negli anni del dualismo anche feroce tra Brown e Blair ha comunque saputo crescere un nuovo gruppo dirigente di qualità elevata ed un proprio autonomo sguardo sul mondo, ma visto dalle nostre latitudini è, questo sì, pura fantascienza.
La Star. Tra i profili più brillanti c'è sicuramente David Miliband, il Wayne Rooney della politica inglese di questo inizio millennio (la definizione è di Tony Blair). Un talento naturale, un primo della classe, uno che quando da noi al massimo i suoi coetanei montavano le casse di qualche manifestazione studentesca raccoglieva le testimonianze della migliore sinistra riformatrice anglosassone che di lì a poco avrebbe scalzato dal governo il pallido John Major in un volume, Reinventing Left, che in breve tempo fece il giro del mondo, diffondendo l'idioma politico della nascente Cool Britannia di Tony Blair. Oggi a 42 anni David Miliband è il più giovane ministro degli Esteri della recente storia inglese. Particolare non da poco, l'età, se si considera che dovrà gestire il riposizionamento della politica estera britannica dopo il disastroso (in termini di immagine, e non solo) appiattimento di Blair sulla politica estera statunitense in Iraq. Ma David Miliband è già una star di prima grandezza. Figlio del filosofo marxista Ralph, che dal salotto di famiglia di Primerose ha fatto da faro per la rossa base laburista pre blairiana - roba tosta, alla Tony Benn, il Pietro Ingrao d'oltremanica - David sembra aver ereditato dal padre le qualità intellettuali, ma senza un grammo di ideologia. Nato in uno dei più importanti think tank laburisti, l'Institute for Public Policy Research, per anni Head of policy del rampante Tony Blair, solo negli ultimi anni David Miliband è stato innalzato alla guida di un ministero di primo livello, quello dell'ambiente, politiche agricole e comunità rurali. Non certo un ruolo di secondo piano, negli anni dell'Unconvenient Truth di Al Gore. Ma anche un luogo ideale per forgiare una visione politico istituzionale autonoma ed originale, fondata su una stretta relazione con le comunità locali, una sorta di municipalismo all'inglese, un passo avanti la visione Westminstercentrica della generazione che lo ha preceduto. Gli anni passati al ministero gli hanno fatto prendere dimestichezza con tecnica e lessico delle politiche ambientali, tanto da catturare l'attenzione anche della svogliata stampa italiana per il suo intervento al Vaticano durante la conferenza sui cambiamenti climatici organizzata tra le mura pontificie. Oggi è a lui che Brown ha chiesto di stilare il Manifesto del Labour che vedrà la luce nei primi mesi del 2008 per lanciare la sfida allo stentoreo David Cameron, e c'è da giurare che diventerà il livre à chevet di tutta la nuova classe governante progressista del continente. Il nuovo spirito dell'"I can", che è alla base del Miliband-pensiero, sarà l'anima delle nuove politiche laburiste.
Il fratello minore. Che gli ultimi anni del vecchio Ralph Miliband non siano stati semplici lo si può immaginare tenendo conto che anche il più giovane dei fratelli Miliband, Ed, 38 anni, ha seguito il lanciato percorso del fratello maggiore, rispetto al quale gli anni di apprendistato nei media prima dell'avvio di una promettente carriera politica hanno lasciato come principale segno una maggiore estroversia. Nei diari di Tony Benn (il cui figlio, Hillary, fa pure parte della squadra di Governo di Brown) si legge delle sconfortate riflessioni dei due padri marxisti, di fronte al brillante pragmatismo dei loro eredi. Un approccio opposto a quello old labour dei padri, ma che, secondo il giudizio unanime dei commentatori inglesi, deve buona parte della propria dirompente forza propositiva proprio all'aver toccato con mano le aporie dell'astratto e vuoto marxismo respirato in famiglia. Fronti separati per tutto il decennio del New Labour, per i due fratelli Miliband: blairite puro David, brownite di stretta osservanza Ed, che è stato per anni uno dei principali collaboratori dell'attuale premier.
Anche il più giovane dei Miliband viene oggi premiato con un ingresso nel governo dalla porta principale, col ruolo di segretario di gabinetto, dopo un'esperienza da ministro per il terzo settore nell'ultima fase dell'era Blair. Dopo anni di shakespeariani tormenti, patti consumati in ristoranti italiani alla moda e scontri feroci tra i dioscuri del New Labour, l'affinità di stile e l'unità di intenti dei fratelli Miliband è il segnale più forte della ritrovata unità delle nuove generazioni laburiste, secondo Polly Toynbee, attenta osservatrice delle cose del Labour, il governo più saldo e affiatato che sia dato ricordare a memoria d'uomo.
Ma il rinnovamento per Gordon Brown è un gioco di squadra. E la squadra ha qualità da vendere, in tutti i reparti.
Due astri nascenti. Non pare proprio una seconda linea Douglas Alexander, 39 anni, alla guida del ministero dello Sviluppo internazionale dopo aver retto le sorti, nell'ultimo gabinetto Blair, dei trasporti. Con un nome così, che richiama al massimo qualche ministero senza portafoglio da tarda prima repubblica, verrebbe facile pensare alle quote rosa del governo Prodi, al minimo impegno su ministeri senza portafoglio. Ma non è così. I fondi del ministero di Alexander arriveranno a coprire lo 0,7 per cento del Pil nel 2013, una quota neppure confrontabile a quella che in Italia è dedicata a questo capitolo di spesa. E non sarà un incarico di facciata. Lo sviluppo internazionale, per il governo Brown, sarà la vera chiave di volta per la soluzione di annosi conflitti internazionali, come quello palestinese, così come per uscire dalla strada apparentemente senza uscita di Iraq ed Afghanistan. Umanizzare la globalizzazione sarà la nuova sfida della politica estera del governo britannico, la principale scommessa fuori dai patri confini del nuovo corso laburista. E non c'è da dubitare che il compito sarà svolto senza errori da Douglas Alexander. A Gordon Brown, del quale era stato assistente per un breve periodo nei primi anni novanta, lo unisce non solo l'essere scozzese (il che nel Labour garantisce ancora i quattro quarti di nobiltà) ma anche l'essere figlio di un pastore protestante, e la stessa visionaria e moraleggiante forza retorica. La passione nel combattere le ingiustizie planetarie, dice, gli è nata quando i genitori lo portarono nei primi anni '80 a sentire Willy Brandt che parlava della povertà in Africa. Altro che amarcord degli anni '80, con le partite a Subbuteo ed i Duran Duran.
Altro astro nascente del governo Brown, pure lui under 40, James Purnell ha già affrontato il suo impegnativo battesimo governativo, come responsabile del ministero per le pensioni: un incarico paradosso affidato ad un ragazzo poco più che trentacinquenne, che ne ha esaltato le brillanti qualità. Oggi eredita il ministero per lo Sport, la cultura e lo spettacolo: in altri termini, le chiavi della cultura britannica per i primi anni del nuovo millennio.
Il rivale. Se David Miliband avrà mai un contendente per la successione a Mr. Brown, questo sarà probabilmente Ed Balls: 40 anni, è stato a lungo braccio destro di Brown ed il suo più fedele alleato nel corso delle guerre tribali all'interno del Labour dell'epoca blairiana. Ambizione da vendere, come molti delle nuove stelle del firmamento laburista, Balls ha una solida formazione economica. È stato a lungo in predicato, nei mesi anteriori alla formazione del nuovo governo laburista, di ricoprire il più browniano degli incarichi, ossia quel seggio di Cancelliere dello Scacchiere che equivale allo scrigno del potere economico nel regno di sua Maestà. Nel nuovo governo gli è stato alla fine affidato l'incarico di Ministro della Scuola e della Famiglia, ossia di annunciatore qualificato del motto "behaviour, behaviour, behaviour" al quale sono stati improntati i primi mesi di attività del novo esecutivo. La crisi del paese - periodicamente sotto choc per le efferate scorribande delle baby gang delle periferie metropolitane, inquieto per l'esplosione del terrorismo nel Londonistan, messo in crisi rispetto alle stesse certezze che erano poi i valori portanti del New Labour - ha come soluzione solide basi educative. Il suo programma: proseguire la lotta alla povertà infantile, favorire la mobilità sociale, introdurre forti elementi di giustizia sociale, attuare uno speciale programma per i bambini sotto i cinque anni per garantire uguali chance a tutti i cittadini del Regno. La quintessenza del brownismo. Di sicuro, nella contesa per il dopo Brown, Balls potrà contare su una maggiore libertà di azione, rispetto al ben più oneroso incarico di Foreign Minister del collega-rivale David Miliband. Saranno gli anni a mostrare se un nuovo dualismo nascerà all'orizzonte della sinistra inglese, in particolar modo su temi assai sentiti dalla middle class per conquistare la quale è già partita la sfida con David Cameron.
Gli altri. Se la distanza dal parolismo generazionale della vecchia Italia non fosse sufficientemente marcata, vale la pena ricordare che la carica dei thirtysomething non tralascia una cospicua rappresentanza femminile. Appena 36enne è Ivette Cooper, moglie di Ed Balls, ministro delle Politiche per la casa. In un governo che vuole riportare la giustizia sociale ai primi posti dell'agenda politica britannica, Ivette Cooper è il volto più adatto per rappresentare il nuovo corso: figlia della piccola borghesia inglese, cresciuta nelle difficoltà economiche degli anni rampanti del tatcherismo, studentessa brillante, felice madre di tre figli, la sua storia sembra rappresentare al meglio una nuova stagione di opportunità, una strada al successo basata sull'impegno, qualcosa di profondamente dissimile dalla Cool Britannia che aveva nell'ambiziosa e riservata Cherie Blair la sua immagine più calzante.
Ma il ricambio generazionale nel Labour è ampio, ricco, capace di offrire al paese una leadership diffusa ed un nuovo gruppo dirigente: lo stesso cursus honorum delle stelle del governo Brown accomuna anche figure come quelle di Liam Byrbe, Caroline Flynt, Pat Mc Fadden, Jim Murphy, volti nuovi ma già esperti come politici e uomini delle istituzioni.
Un pur rapido sguardo d'insieme sulla situazione oltremanica ci permette alcune considerazioni sulle declinazioni italiche del grande dibattito di inizio millennio su ricambio generazionale e affini. La ricetta laburista si fonda in primo luogo su una spiccata lungimiranza dei gruppi dirigenti della principale forza riformista britannica, che significa capacità di rischiare investimenti e mettere alla prova competenze, oltre che understatement nel lasciar liberi gli incarichi assunti una volta completato un ciclo di governo). Come a dire: qualità che non pare di scorgere alle nostre latitudini, al di là dei ripetuti proclami di un dibattito spesso ozioso ed autoreferenziale spesso completo appannaggio della generazione dei cinquantenni.
La lezione di inglese si fa più interessante, però, se si va a cercare il fil rouge del ricambio generazionale impostato da Brown e Blair. Ognuno dei volti nuovi del governo inglese è figlio di percorsi formativi qualificati, lunghe esperienze di ricerca e sperimentazione concreta nei think tank o nelle squadre ristrette dei principali leader laburisti. Qualcosa, certo, di ben diverso dall'imbolsito cursus generazionale della politica italiana, poco avvezzo alle scommesse, e per il quale il massimo azzardo è testare timidamente la generazione nata negli anni settanta nei rami locali di questo o quel partito della coalizione. E, pure, siamo lontani mille miglia dalla geografia di professionisti della politica dai cognomi illustri ai quali si affida spesso l'onere del rinnovamento della politica italiana, ovviando alla necessità di ricambio generazionale delle idee con il revival degli anni d'oro del Subbuteo e della festa delle medie (dal resto del centrosinistra, su questo punto, siamo ad uno sconfortante non pervenuto). Si dovrebbe invece osservare, a maggior ragione in un paese malato di conformismo come è purtroppo il nostro, che le fortune di Miliband, Balls e compagni paiono risiedere anche in alcune qualità di quel gruppo di politici che sfuggono ai processi di promozione per inerzia o legati al puro fideismo nel leader. La forza della squadra di Brown risiede, soprattutto, nella fantasia politica e nel coraggio di elaborare temi anche in confilitto con i propri leader di riferimento. E non è un caso se il riposizionamento delle politiche del Labour si gioca su di loro: chiudere la perdente scommessa irachena, superare l'ideologia del going private per rivalutare il ruolo del pubblico sono sfide che possono essere vinte proprio perché una generazione ha saputo sviluppare proposte politiche senza fermarsi all'applauso interessato agli interventi dei leader al congresso.
Giovine Italia. Allora forse è questo che dobbiamo chiederci: è pronta la nostra generazione a dare uno scarto innovativo alla polverosa agenda dei temi della politica italiana? È pronta a sostenere idee, e inventare politiche, anche senza il confortante perenne assenso dei totem, a diventare grande uscendo dalle tracce dei Compagni di Scuola? Bene, discutiamo di questo. E ancora: dove si creano, in Italia, i nuovi gruppi dirigenti? È premiante sostenere idee diverse dai leader attualmente in sella? Partendo da domande come queste potremmo magari evitare l'ennesimo colpo a salve in merito al rinnovamento della politica nel nostro paese. Temiamo che, non affrontando queste domande, la questione del ricambio generazionale della politica italiana sarà sempre più solo questione di revival di Happy Days. La discussione è aperta. Qualcuno vuole dare un contributo?

Francesco Salinas (Sinistra Democratica) è Consigliere comunale Torino, Andrea Benedino è componente dell'assemblea costituente del Pd





permalink | inviato da andreabenedino il 8/11/2007 alle 12:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


7 novembre 2007

Luxuria



A questo link trovate la notizia secondo cui un vescovo avrebbe impedito a Vladimir Luxuria di fare da testimone al matrimonio religioso della cugina. Questa volta sono perplesso. Credo che la motivazione del parroco (avrebbe sostenuto che Luxuria avrebbe dimostrato di non credere nella "famiglia") sia discutibile. Ma ancora più discutibile mi sembra la pretesa di Vladimir di fare da testimone in un matrimonio religioso. Ora, è vero che spesso e volentieri ci si sposa in chiesa perchè è più scenografico che non in comune, perchè la cerimonia è più bella, perchè i fiori rendono meglio nelle foto, etc. e che quindi a sposarsi in chiesa (e a fare da testimoni) non sono soltanto cattolici praticanti, ma spesso gente che si è affrettata a fare battesimo-comunione-cresima in un corso accelerato di catechismo modello CEPU pur di poter presenziare ipocritamente ad un sacramento (per chi ci crede) di cui non si è in realtà partecipi. La Chiesa, soprattutto quella italiana, si fonda su grandi ipocrisie e sarebbe giusto svelarle tutte. Ma personalmente trovo ipocrita anche l'idea di pretendere di partecipare da co-protagonisti ad un rito in cui non si crede, solo per poter denunciare una presunta discriminazione. Personalmente sono stato cattolico praticante per un lungo periodo della mia vita. Mi considero credente, ma non pratico più da tempo (se non saltuariamente) proprio perchè disgustato dalle ipocrisie e dai dogmatismi clericali. Considero la Chiesa un'organizzazione privata con le sue regole, che si possono o meno condividere. Ed io in gran parte non le condivido. Rispetto chi le condivide e chi quelle regole le rispetta credendoci e per questo non imporrei mai la mia presenza in un contesto di cui palesemente sarei fuori posto. Sono ben altre le discriminazioni che dobbiamo contrastare e ben altre le posizioni della Chiesa che dobbiamo denunciare.




permalink | inviato da andreabenedino il 7/11/2007 alle 16:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
sfoglia     ottobre        dicembre
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario

VAI A VEDERE

andrea pacella
sergio lo giudice
enzo cucco
pietro marcenaro
gaytoday
circolo pd obama
cristiana alicata
michele valentino
massimo scavino
stefano bucaioni
francesco salinas
gianni cuperlo
ségolène royal
mercedes bresso
piergiorgio welby
aurelio mancuso
gaynews
federico viano
matteo micati
pennarossa
andrea aste
federica mogherini
paola concia
alessandro portinaro


Nome
Andrea Benedino

Età
33

Attività
ex assessore sistemi educativi Ivrea, ex portavoce nazionale GAYLEFT, ex componente Commissione per il Manifesto dei Valori del PD, per ora ancora componente segreteria regionale PD Piemonte (finchè non mi cacciano)

Film preferito
"I segreti di Brokeback Mountain"

Libro preferito
"Le ore" di Michael Cunningham

Saggio preferito
"L'ascesa della nuova classe creativa" di Richard Florida

Cantantesse preferite
Tracy Chapman, Tori Amos, Edie Brickell, Fiorella Mannoia

Leaders politici preferiti
Josè Luis Rodriguez Zapatero, Sègoléne Royal, Michelle Bachelet

Serials tv preferiti
Dr House, Alias, Beautiful, Sex and the city, Will & Grace, 24, Lost, Brothers and Sisters, Desperate Housewives, Heroes, Ally Mc Beal, Boston Legal

Sto leggendo
"Citizen gay. Famiglie, diritti negati e salute mentale" di Vittorio Lingiardi
"La fisica dei supereroi" di James Kakalios

CERCA