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Amo in te l'impossibile, ma non la disperazione (Nazim Hikmet)


Diario


29 gennaio 2008

Commissione Manifesto Valori

 

Sabato prossimo si svolgerà quella che penso sarà l'ultima riunione della Commissione Nazionale sul Manifesto dei Valori del PD. Sarà una riunione senz'altro decisiva, perchè dopo l'approvazione del testo base nella riunione passata, si passerà a discutere e votare gli emendamenti e poi ad approvare il testo finale. Dopo di che questo testo, assieme ai documenti preparati dalle Commissioni per lo Statuto e per il Codice Etico verranno sottoposti all'approvazione dell'Assemblea Costituente Nazionale.
Personalmente ho partecipato a tutte le riunioni, tranne quella di insediamento, e sono sempre intervenuto con osservazioni, proposte che in parte sono già state anche recepite nel testo base (ad esempio la clausola antidiscriminatoria sulla base dell'orientamento sessuale). Ritengo che il testo base possa rappresentare, con alcune opportune e limitate modifiche, un buon compromesso. Non è un caso che in questi giorni alcuni commissari, tra cui anche Paola Binetti, stiano utilizzando l'argomento delle possibili elezioni imminenti per tentare di far ripartire il lavoro della Commissione da zero, proponendo di scrivere un testo più snello e comunicativo e denso di riferimenti ai loro "valori assai poco negoziabili" (espressione utilizzata dalla suddetta Binetti in una mail di ieri). Ragione in più sabato per approvare rapidamente un buon testo, senza rinunciare ad una battaglia su alcuni punti significativi (uno per tutti quello di parlare di "famiglie" al plurale e non al singolare).
L'esperienza della Commissione, per quanto limitata, è stata comunque molto arricchente. Mi ha consentito di scoprire con mano come molti dei temi che più ho portato avanti in questi anni siano questioni considerate dirimenti anche da tante e tanti dirigenti di questo partito, che sono intervenuti in modo anche più pesante di me. Penso ad esempio al rapporto di stima reciproca e di collaborazione che ho instaurato con Maria Cecilia Guerra, un'economista emiliana che sulla questione delle "famiglie" al plurale e della laicità ha fatto un intervento splendido nell'ultima riunione o a Sabina Ratti, eletta a Milano con la Lista Bindi, ma assolutamente intransigente su questi temi.
Con Maria Cecilia Guerra, Gianni Cuperlo, Fausto raciti ed Elettra Pozzilli questa sera presenteremo un gruppo limitato di emendamenti che speriamo di poter discutere e far approvare sabato. Vedremo come finirà e senz'altro vi terrò aggiornati.

 




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28 gennaio 2008

L'opposizione a Zapatero

In Spagna l'opposizione a quel laicista di Zapatero si fa così. Io quasi quasi mi accontenterei dei popolari spagnoli, decisamente più all'avanguardia dell'intero PD.



Apc-SPAGNA/ ELEZIONI, RAJOY: CAMBIEREI SOLO NOME A MATRIMONIO GAY

Madrid, 28 gen. (Apcom) - Se il Partido popular (Pp) dovesse vincere le elezioni del prossimo 9 marzo in Spagna, cambierebbe forse soltanto il nome 'matrimonio' nella legge sulle nozze gay approvata dal governo del socialista José Luis Zapatero. Lo ha ribadito oggi il leader popolare e candidato premier Mariano Rajoy in un'intervista al giornale di centrodestra 'El Mundo'.

"Ci sono solo tre paesi in cui lo chiamano matrimonio", ha detto Rajoy, "a me non piace e perciò abbiamo fatto ricorso contro il tribunale costituzionale. Aspetteremo la sentenza. In oigni caso, se facessi qualche modifica, riguarderebbe solo il nome e non i diritti e gli obblighi che fissa la legge". Nell'intervista, Rajoy ammette che se il tribunale riconoscesse il nome di 'matrimonio' come compatibile con la costituzione spagnola, si troverebbe "di fronte a un dilemma". Il 30 dicembre scorso l'arcidiocesi di Madrid aveva portato in piazza poco meno di 200.000 persone (secondo le rilevazioni di organismi indipendenti, un milione secondo gli organizzatori) per un 'family day' contro i matrimoni omosessuali e il 'divorzio express'.

Nell'intervista di oggi, Rajoy ha ribadito la posizione già espressa in precedenza sulla legge per il divorzio rapido, cioè che non sarebbe modificata da un eventuale governo del Pp. Anche sull'aborto, Rajoy ha insistito che che non intende cambiare la legislazione vigente, su cui il Partito socialista ha invece auspicato un "riflessione" di tutte le forze politiche per una riforma che dovrebbe però essere consensuale. "Farei in modo che la legge si applichi", ha detto il candidato di centrodestra" sull'aborto, lodando le indagini su diverse cliniche private abortiste di Barcellona e Madrid che hanno portato all'arresto di personale medico e alla citazione in giudizio di una trentina di donne.




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25 gennaio 2008

Famolo Strano

Capita spesso di sentir dire dall'omofobo di turno: "ho tanti amici omosessuali, sono così sensibili". Ecco, la vicenda che riguarda il sen. Nino Strano di AN dimostra il contrario, cosa che peraltro io sostengo da tempo, conoscendo la comunità omosessuale meglio di altri. Leggetevi questo splendido "BUONGIORNO" di Massimo Gramellini sulla Stampa di oggi.

(Eidon)

Famolo Strano

Ho visto Christian De Sica, su un set che assomigliava al Senato, gridare «faccia di m…» a un mastelliano pallido. Ho pensato che il Tg3 fosse chiuso per lutto e lo avessero sostituito con un film dei Vanzina. Allora ho girato sul Tg4, dove Fede saltellava giulivo con le tasche già piene di bandierine di Forza Italia da infilzare nei plastici elettorali. Il senatore De Sica dominava la scena anche lì: si ergeva in mezzo all’aula come su un lungomare della Versilia, con gli occhiali da sole e il maglione rosso appeso al collo sopra la giacca e la cravatta: una «mise» che avrebbe fatto inorridire pure Oronzo Canà. Poi hanno inquadrato un signore che gli scampanellava addosso e non si trattava di Pippo Franco, ma di Marini. Quindi non era un film. Era il Senato della Repubblica. E il tipo da bar non era De Sica, ma Nino Strano di An. Uno che ha festeggiato la vittoria in aula riempiendosi la bocca di mortadella. Quindi un senatore vero.

Fino a vent’anni fa, la classe politica restava lievemente migliore della media dei suoi elettori. Ora l’identificazione è totale. Anzi, la Casta è talmente democratica che ha deciso di scendere anche più in basso. I diniani, per esempio. Erano tre: uno ha votato a favore, uno contro e il terzo si è astenuto. Rinserrato nel suo tinello, l’Italiano osserva questi guitti con la stessa smorfia di degnazione che riserva ai concorrenti del telequiz che, alla domanda se la Sacher sia il dolce tipico dell’Austria o del Rwanda, non sanno quale delle due accendere. Li osserva e all’improvviso si sente serissimo e intelligentissimo. Solo che si chiede perché mai dovrebbe di nuovo andarli a votare.




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22 gennaio 2008

LA LAICITÀ DOPO IL CASO SAPIENZA

Molto bello e condivisibile questa analisi di Stefano Rodotà oggi su Repubblica.

LA LAICITÀ DOPO IL CASO SAPIENZA

STEFANO RODOTÀ

L´analisi delle vicende complesse, dunque l´esercizio della virtù della riflessione e della distinzione, diviene sempre più difficile. Questa difficoltà è cresciuta nel caso della visita del Papa all´università "La Sapienza". Senza ricorrere alla parola "laicità", e ricordando anche argomentazioni già proposte, vorrei sottolineare quali dovrebbero essere i principi di un discorso pubblico in una società che vuol essere democratica.
Per cominciare. Il furore polemico ha abusato di due argomenti, che chiamerò volterriano e iran-americano. Ridotta a slogan o a giaculatoria, è stata ripetuta la nota massima di Voltaire – «non condivido le tue idee, ma mi batterò perché tu possa manifestarle» (su questo ha scritto bene Giovanni Valentini). Ma, se durante una delle settimanali udienze del Papa uno dei partecipanti alza la mano, pretende di tenere un discorso e viene giustamente invitato a tacere, il canone volterriano è violato? Se, all´apertura di un congresso di partito, subito dopo la relazione del segretario, il leader di un altro partito pretende di parlare e giustamente gli viene negata la parola, siamo di fronte alla censura, all´imposizione di un bavaglio? Faccio queste domande, retoriche, non per ridimensionare la portata del principio indicato da Voltaire, ma per ricordare che si deve sempre tenere conto del contesto e, soprattutto, che quel principio non può essere applicato selettivamente. Non ci si può battere per il diritto di parola di Benedetto XVI e negarlo a Marcello Cini e Carlo Bernardini. La correttezza del discorso pubblico esige il rispetto del principio di parità.
Veniamo all´altro argomento. Più d´uno, per mostrare l´inaccettabilità delle pretese dei critici dell´invito al Papa, ha voluto ricordare che la Columbia University ha addirittura invitato il Presidente iraniano Ahmadinejad. Si può invitare un dittatore, un negatore dell´Olocausto, e non il Pontefice? Vediamo come sono andati i fatti. All´annuncio della visita sono partite molte critiche accademiche e una forte protesta degli studenti. Prima di dar la parola ad Ahmadinejad il presidente dell´università, Lee Bollinger, ha criticato con estrema durezza, al limite della maleducazione, le sue idee e posizioni. Dopo il discorso del Presidente iraniano, i presenti gli hanno rivolto molte domande ed hanno commentato anche pesantemente le sue risposte. Quel che è accaduto a New York, dunque, prova esattamente il contrario di quel che sostenevano quanti hanno richiamato quel fatto. L´università si fonda, in ogni momento, sul confronto e sul dialogo. La correttezza del discorso pubblico esige il rispetto del principio della veritiera descrizione dei fatti.
Proprio in omaggio a questo principio, bisogna ricordare che, pur essendo vero che alcune decisioni universitarie sono di competenza del Rettore e del Senato accademico, questo non vuol dire affatto che queste decisioni non possano essere oggetto di pubblica critica da parte di ogni professore o studente, né che la loro libertà di critica sia limitata alla scelta di non partecipare all´evento sgradito. L´università non è una organizzazione rigidamente gerarchica, né il Rettore è assistito dal privilegio dell´infallibilità. Peraltro, proprio la storia recente delle inaugurazioni dell´anno accademico alla Sapienza conosce critiche e contestazioni, in qualche caso accolte, agli inviti che si aveva in mente di fare. Non è esclusa la possibilità di invitare qualcuno a parlare senza contraddittorio, ma è indispensabile valutare attentamente le conseguenze di questa scelta. La correttezza del discorso pubblico esige che ogni vicenda venga valutata nel preciso contesto in cui si è svolta.
È rivelatore, peraltro, il modo in cui sono stati giudicati i 67 professori firmatari della lettera al Rettore, con la quale veniva chiesta le revoca dell´invito a Benedetto XVI. Sono stati definiti "professorucoli", si è detto che «i ragli degli asini non arrivano in cielo». La libertà accademica e la libertà di manifestazione del pensiero, dunque, dovrebbero arrestarsi di fronte al principio di autorità? Quale "licenza de li superiori" sarebbe necessaria per ottenere il permesso di parlare di chi sta in alto? La correttezza del discorso pubblico esige il rispetto del principio che tutti possano parteciparvi.
La critica ai professori firmatari della lettera e alle posizioni estreme di alcuni gruppi di studenti ha poi assunto toni dichiaratamente politici ed ha determinato anche ulteriori travisamenti della realtà. Si è descritto quel che è accaduto con parole come "veto", "censura", "cacciata", "bavaglio". Non insisto sul dato formale, ma tutt´altro che irrilevante, di una decisione presa in assoluta autonomia dal Papa, di cui non discuto motivazioni e finalità. Ma non si può chiedere ai firmatari di uniformarsi ad un principio di "opportunità" che, come ben vediamo in molti settori a cominciare da quello dei mezzi d´informazione, può facilmente diventare autocensura. La democrazia si nutre di opinioni non solo diverse, ma anche sgradevoli, delle quali si può ben discutere il merito, ma di cui non si può negare la legittimità. E le posizioni degli studenti devono essere giudicate con lo stesso metro, eccezion fatta per gli aspetti di ordine pubblico, peraltro ritenuti tali da non provocare preoccupazioni, secondo le dichiarazioni del ministro dell´Interno. Comunque, gli aspetti politici della vicenda devono essere analizzati con criteri anch´essi politici. La correttezza del discorso pubblico esige che non si mescolino i piani delle valutazioni.
La politica, allora. È indubitabile, ormai, che non tanto la linea scelta dal Pontefice, quanto i concreti modi di attuarla, vadano ben al di là della dimensione pastorale e teologica. Il Pontefice si comporta ed è percepito come un leader politico. Questa non è una conclusione malevola. Basta ricordare una sola vicenda, quella legata al duro intervento del Papa sulle condizioni di Roma in occasione dell´udienza concessa ai rappresentanti degli enti locali del Lazio. Quelle dichiarazioni hanno determinato una trattativa "diplomatica" che, in linea con le peggiori abitudini della politica italiana, ha poi portato a denunciare le "strumentalizzazioni" e le "deformazioni" delle parole del Papa, entrate con prepotenza nel dibattito politico.
Questo porta ad una considerazione più generale. Si insiste nel dire che la religione deve essere riconosciuta anche nella sfera pubblica. Ma che cosa significa questa affermazione? Che nello spazio pubblico la religione ha uno statuto privilegiato o che, entrando in quello spazio, ogni religione partecipa al discorso pubblico con le proprie importanti caratteristiche, ma in condizioni di parità? Nel 1989 la Corte costituzionale ha scritto che «il principio supremo della laicità dello Stato è uno dei principi della forma di Stato delineata nella Carta costituzionale della Repubblica», sancendo così l´eguaglianza che accomuna tutte le religioni e, insieme, la loro sottoposizione a quel principio fondativo della convivenza democratica. Nella sfera pubblica tutti i soggetti devono accettare la logica del dialogo, della critica ed anche della contestazione.
Altrimenti l´insidia del temporalismo si fa concreta. Non a caso da studiosi autorevoli e da politici cattolici consapevoli dei rischi di questa deriva sono venute analisi rigorose del rischio di un ritorno del "Papa re" e di un vero uso strumentale della religione, simboleggiato da quella sorta di "chiamata alle armi" dei cattolici a manifestare in piazza San Pietro in una occasione squisitamente liturgica. La correttezza del discorso pubblico esige una presenza costante del canone della democrazia.
Ha fatto bene Alberto Asor Rosa a ricordare la feconda stagione di dialogo tra credenti e non credenti nella Cappella universitaria della Sapienza, dove ebbi la fortuna di discutere con un grande biblista, Luis Alonso Schoekel. Aggiungo il mio personale ricordo dell´invito che rivolsi a monsignor Clemente Riva perché venisse a parlare nel mio corso, e del suo emozionante dialogo con gli studenti. Altri tempi, altre persone, altra politica? Una stagione irripetibile? Spero e voglio credere di no, perché continuo ad avere molte occasioni di dialogo con un mondo cattolico che tuttavia fatica ad essere presente nella sfera pubblica. Altrimenti dovremmo tornare alle amare parole di Arturo Carlo Jemolo, che nel 1963 così scriveva: «Questa Italia non è quella che avevo sperato; questa società non è quella che vaticinavo... l´affermarsi e il dissolversi delle tavole del liberalismo; l´inattesa realizzazione di uno Stato guelfo a cento anni dal crollo delle speranze neoguelfe».




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21 gennaio 2008

Dieci piccoli indiani

In questi giorni di discussioni e di tensioni mi è tornato in mente un vecchio giallo di Agatha Christie che avevo letto tanti anni fa. Si intitola "Dieci piccoli indiani" o, a seconda delle versioni, "..e poi non rimase nessuno". Sono andato a cercarmi la trama su wikipedia e questo è quello che riporta:



Dieci piccoli indiani è un romanzo giallo scritto da Agatha Christie.
Fu pubblicato in Gran Bretagna nel 1939; in Italia uscì per la prima volta nell'agosto 1946 con il titolo "...e poi non rimase nessuno", romanzo numero 10 della collana Il Giallo Mondadori, edita da Arnoldo Mondadori Editore. E' considerato il libro giallo più venduto in assoluto con il suo sensazionale record di 110 milioni di copie. 
Otto persone, che non si conoscono tra di loro, vengono invitate a soggiornare per l'estate in una splendida villa di Nigger Island, un'isola non lontana dalle coste del Devon, in Inghilterra. Nonostante nessuno di loro conosca il padrone di casa, per curiosità o necessità tutti accettano l'invito.
Al loro arrivo trovano, nella lussuosa dimora, solamente i due servitori, maggiordomo e cuoca (marito e moglie), che avvertono gli ospiti dell'assenza del padrone di casa, dovuta a non meglio precisati disguidi (quindi si trovano ad essere in dieci sull'isola); inoltre, incorniciata sopra il camino delle rispettive camere, vi è una filastrocca per bambini e, la sera stessa dell'arrivo, un disco che accusa tutti, ospiti e servitù, di essere assassini.
Da questo momento uno dopo l'altro vengono uccisi rispettando più o meno la traccia della filastrocca. L'apparentemente inspiegabile catena di delitti provoca il crescere della tensione con lo scorrere delle ore e ogni ospite si ritrova ad essere allo stesso tempo sospettato di essere l'assassino e conscio di poter diventare la successiva vittima.

Il titolo del libro - come si dice nella trama - deriva da una filastrocca, che in realtà è una canzoncina americana che nella versione originale si intitolava "Dieci piccoli negretti", poi tramutato in "Dieci piccoli indiani" per evitare accuse di razzismo. Ne suggerirei la lettura, soprattutto il finale, che mi auguro non profetico.

Dieci poveri negretti
Se ne andarono a mangiar:
uno fece indigestione,
solo nove ne restar.

Nove poveri negretti
Fino a notte alta vegliar:
uno cadde addormentato
otto soli ne restar.

Otto poveri negretti
Se ne vanno a passeggiar:
uno, ahimè,è rimasto indietro,
solo sette ne restar.

Sette poveri negretti
legna andarono a spaccar:
un di lor s'infranse a mezzo,
e sei soli ne restar.

I sei poveri negretti
giocan con un alvear:
da una vespa uno fu punto,
solo cinque ne restar.

Cinque poveri negretti
un giudizio han da sbrigar:
un lo ferma il tribunale
quattro soli ne restar.

Quattro poveri negretti
salpan verso l'alto mar:
uno un granchio se lo prende,
e tre soli ne restar.

I tre poveri negretti
allo zoo vollero andar:
uno l'orso ne abbrancò,
e due soli ne restar.

I due poveri negretti
stanno al sole per un po':
un si fuse come cera
e uno solo ne restò.

Solo, il povero negretto
in un bosco se ne andò:
a un pino s'impiccò,
e nessuno ne restò."




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18 gennaio 2008

I furbetti del Vaticano

Pubblico un articolo che il mio amico Enzo Cucco ha scritto sul suo blog sui fatti di questi giorni. Come sempre Enzo riesce ad essere molto saggio e a cogliere nel segno.

I furbetti del Vaticano

I quotidiani e i tg di oggi hanno dato una rappresentazione
chiarissima, direi plastica, della paradossale situazione in cui
versano i rapporti tra stato e chiesa nel nostro paese. Scelgo le tre
cose che meglio riassumono la situazione: il discorso di Benedetto
XVI alla Sapienza, le dichiarazioni di Ruini sull'Angelus di domenica
prossima e le dichiarazioni della Signora Mastella.

Il discorso di Benedetto XVI è, al solito, straordinariamente lucido
e utilissimo per comprendere cosa anima la chiesa cattolica oggi
(visibile da almeno una quindicina d'anni, da quando cioè ha preso
vita e si è diffuso quello che la CEI chiamò "Progetto culturale",
cioè una nuova presenza dei cattolici nella società moderna). La
pacatezza degli argomenti esposti, ma soprattutto lo sguardo di lunga
prospettiva che caratterizza questo pontificato sono i tratti
salienti di un discorso che sia pur criticabile non è certo il
ritorno della Santa Inquisizione, anzi …..
Avrebbe potuto dire qualcosa di diverso? Certo che no, anche perché
al contrario di quanto pensa una bella banda di superficialoni
italici la Chiesa attuale non è affatto la stessa di cento o duecento
anni fa. Ma siccome si deve andare alla sostanza delle cose, oltre il
fumo della polemica, non possiamo non affermare che il discorso del
Papa non rappresentava (ripeto, non poteva essere diversamente) alcun
attentato alla laicità o alla democrazia.

Contro la sostanza dei fatti si è srotolata sotto i nostri occhi una
vera e propria sagra dell'ipocrisia, con da una parte un manipolo di
cretini (la definizione è di Cacciari, e questa volta la condivido)
che son tali non perchè protestano contro le parole del Papa, ma
perché ne hanno chiesto la censura. Dall'altra la regia,
magistralmente condotta, da parte della gerarchia cattolica, sia
della polemica che del coupe du theatre di rinunciare alla presenza
in Aula ed a quanto è seguito. Intendiamoci, io al posto di Benedetto
XVI, pardon … diciamo del Cardinal Bertone, avrei deciso la stessa
cosa, ovvero non avrei esposto il Papato non tanto all'aggressione,
quanto alla possibilità di una contestazione palese del suo pensiero
in una sede pubblica come l'Università nella Città più "Papalina" al
mondo. Avrebbe sancito, questo si, lo stop ad una campagna di
influenza sul pensiero scientifico e culturale moderno che questo
Papato ha inaugurato in grande stile. Ma non si può negare che la
scelta di lasciare il Papa ha casa ha avuto quello straordinario
effetto di far passare lo stesso come la "vittima". Abbiamo dovuto
leggere articoli e frasi letteralmente deliranti sulla presunta
censura che il pensiero cattolico subirebbe nel nostro paese, quando
la realtà è completamente diversa (i dati del Centro di ascolto
radicale son li' a certificarlo). La bugia più palese l'abbiamo letta
nei pezzi dei vaticanisti che riportavano unanimi una interpretazione
della scelta vaticana: la gerarchia avrebbe scelto in questo senso
perché i vertici istituzionali italiani avrebbero tardato a prendere
posizione a favore del Papa alla Sapienza. Che faccia tosta a ar
filtrare questo argomento: i nostri politici hanno fatto la gara a
chi dichiarava per primo e in modo più veemente la propria
solidarietà al Vaticano, sia da destra che da sinistra, a cominciare
dal Presidente della Repubblica.
La prova del nove che dietro la scelta vaticana ci sia un occhio
attento a dimensioni della presenza cattolica nel nostro paese che
poco hanno di pastorale, è contenuta nelle parole di Ruini che chiama
i cattolici in piazza domenica. Intendiamoci, oggi le agenzie hanno
precisato che non si tratta di una chiamata politica, ma solo di un
raduno di solidarietà (… e il naso si allunga ….) ma a prescindere
dal fatto che mi sembra perlomeno esagerato manifestare solidarietà
con chi appare sempre e quanto vuole sui media italiani (meravigliosa
la vignetta di Altan su Repubblica ……) rimane questo uso distorto,
parademocratico, della mobilitazione sociale e politica da parte
della chiesa delle "sue truppe". Ne abbiamo avuto un fulgido esempio
per il referendum sulla legge della fecondazione assistita, con la
campagna per l'astensione, così come la più recente campagna
di "moratoria sull'aborto" che non so se definire più ipocrita o
irresponsabile.
Certo non era questo l'obiettivo che il "manipolo di cretini" si
prefissava, ma la realtà dei fatti è diversa, ed è sotto gli occhi di
tutti: una straordinaria opportunità per la gerarchia cattolica
di "provare" la minorità, l'emarginazione, e infondere maggiore forza
in quanti lavorano per una presenza più cogente dei valori cattolici
nel nostro paese.

Infine abbiamo osservato l'ennesima indecorosa sarabanda dei politici
italiani su questa materia: il meglio lo ha dato la Signora Mastella
che ha dichiarato che lei e suo marito (e il loro partito) sono sotto
inchiesta perché "cattolici" (sic!") e che l'unica cosa che vorrebbe
veramente fare pur essendo agli arresti domiciliari è quella di
essere domenica in piazza all'Angelus (doppio sic!). Non posso che
ammirare la straordinaria coerenza dei Mastella che (come sempre,
anche in questo frangente) son trasparenti nella loro dimensione
sfacciatamente strumentale nel brandire impropriamente l'arma della
fede.

La chiesa cattolica ha ormai dimostrato un uso intelligente, a volte
anche aggressivo, delle più spregiudicate strategie di comunicazione
per imporre la propria agenda di priorità nel discorso pubblico. Una
chiesa moderna, che conosce a fondo i meccanismi della nostra società
e li usa in modo spregiudicato: sarà forse la mia deformazione
professionale a dare così tanta importanza agli aspetti comunicativi
della convivenza nella nostra società, ma vorrei che qualcuno mi
spiegasse se sia concretamente possibile prescindere da questi
aspetti e non domandarsi, noi per primi, se i fini giustificano i
mezzi. E' sufficiente predicare Cristo per giustificare le bugie?

Enzo Cucco
17 gennaio 2008
http://gayindependent.blogspot.com/




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15 gennaio 2008

Sinistra per..Ratzinger?

Ieri si è costituita in Piemonte l'area politica "Sinistra per", che deriva in gran parte dall'area della lista del 14 ottobre "A sinistra per Veltroni", che evidentemente nel frattempo si è persa Veltroni per la strada. La prima iniziativa annunciata è una grande assemblea il 28 gennaio con la ministra Livia Turco.
Leggo oggi sul Corriere che la ministra Turco ha annunciato che parteciperà alla veglia di preghiera organizzata da Giuliano Ferrara presso la redazione del Foglio in nome della libertà di parola di Ratzinger alla Sapienza.
Dalla "Sinistra per Veltroni" alla "Sinistra per Ratzinger"?




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14 gennaio 2008

Cronache dalla Commissione Manifesto Valori



Sabato in Commissione Valori abbiamo iniziato i lavori con la presenza a sorpresa di Giuliano Ferrara (come auditore nella sua veste di giornalista) e abbiamo votato per farlo restare, non tanto perchè gli volevamo bene, quanto piuttosto per evitare che si esibisse con tutti i mass media nella parte di vittima discriminata.
Abbiamo proseguito con una lunga ed appassionata discussione sul testo del manifesto nella sua ultima versione. Io sono intervenuto in particolare per dire che:
- nella parte relativa alla laicità bisognava definire meglio il concetto di autonomia della politica
- che la citazione dell'orientamento sessuale, il cui inserimento rispondeva ad una nostra richiesta della riunione precedente, andava fatta almeno in altre due parti del documento in cui mancava
- che ritenevo si dovesse parlare di "famiglie" al plurale anzichè di "famiglia" al singolare, o di famiglia "nelle diverse forme presenti nella società" (su questo punto sono intervenuti anche molti altri, tra cui in particolare Maria cecilia Guerra, un'economista modenese che ho avuto il piacere di conoscere e che ha fatto un intervento molto efficace a questo proposito).
Sono poi intervenuto su altri due punti:
- MAFIE: del tutto assente dal documento una condanna del fenomeno mafioso e una sottolineatura del valore della "cultura della legalità". Se è diventato un valore per Confindustria dovrebbe esserlo anche per il PD
- GIOVANI: nel documento la parte sui giovani ha un'impostazione eccessivamente assistenzialistica (eccessiva enfasi sul disagio..). Ho detto che una società che investe sui giovani è una società che fa sì che i ragazzi della mia generazione appartengano non più alla categoria "giovani", ma piuttosto a quella della "classe dirigente del paese", come avviene peraltro nel resto d'Europa.
Infine dopo uno scazzo tra Marina Salomon e Reichlin che minacciava le dimissioni, è stato approvata questa versione del Manifesto come testo base. In settimana gli emendamenti e successivamente nella prossima riunione il voto sugli emendamenti che non fossero stati già prima accolti da presidente e relatore e voto finale.
Il clima nel complesso è stato positivo, anche se era evidente che contrariamente a quanto hanno scritto i giornali (in un eccesso di ottimismo della volontà di alcuni commissari molto legati a Veltroni) è ancora un nodo da risolvere pienamente. Passi in avanti sono stati fatti, ma l'approdo finale è ancora di là da essere raggiunto.




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12 gennaio 2008

La risposta dell'orco..

Sul Foglio di oggi Giuliano Ferrara risponde in un lungo articolo a diversi commenti usciti sui giornali negli ultimi giorni. Alla fine dell'articolo risponde pure a me. Vi pubblico la sua risposta per conoscenza. 



Benedetto Panebianco. Freddo e forte Romano. Un liberale

molto superstizioso. Una donna dolce. Un gay inconsapevole

MORATORIA & PASSIONE

COMMENTO AI COMMENTI

Andrea Benedino fa parte della Commissione nazionale Manifesto dei valori del Pd, e nel Riformista di ieri attacca duramente Veltroni per la sua decisione di incontrarci e discutere con noi della moratoria e delle idee ad essa sottostanti. Benedino deve essere giovane, è parecchio rude.

Perché è importante che Veltroni sappia, quando incontrerà l’orco Ferrara, che saranno in tante e in tanti in quel momento nel Pd a pensare, come io penso, “not in my name”.

E va bene: la fascinazione, lo stregone, e ora anche l’orco. Ma non è questo il punto. Benedino sostiene che la decisione di Veltroni, al quale come si sa sono l’ultimo al mondo a voler mettere i bastoni tra le ruote, perché il suo progetto mi interessa che si sviluppi, non che s’inceppi, è simbolicamente una disastrosa rotta rispetto a una linea divisoria che deve stare lì, eretta come un muro invalicabile, tra chi è al servizio di una restaurazione clericale (questo nella sostanza dice, anche se usa formule diverse ma altrettanto definitive) e chi vuole un paese laico e liberale. Del merito del tema non si interessa Benedino, salvo che per ripetere la geremiade sull’attacco (inesistente nella forma abrogazionista che ci attribuisce con disinvoltura o ignoranza) alla legge 194. Ma non è questo quel che conta. Conta la determinazione durissima a impedire il confronto, sostenuta poi con questo argomento.

Bene ha fatto quindi il presidente nazionale dell’Arcigay Aurelio Mancuso nei giorni scorsi, in un articolo scritto con perfida e sapiente ironia, a chiedere anch’egli un confronto alla pari di Ferrara con la commissione che sta scrivendo il manifesto dei valori del Pd. Bene farebbero a chiedere un confronto serrato con Veltroni il movimento delle donne, gli scienziati, i medici, i ricercatori…

Intanto, sembra precisamente il modello da me suggerito di Pd (e da Panebianco), a parte il fatto che non vorrei essere nei panni dell’agenda di Veltroni, soffocato dagli appuntamenti. Eppoi, caro Benedino, sei sicuro che dietro questa idea degli orchi e della fate, del giornalista cattivo servo dei clericali e dei movimenti buoni che lottano per la libertà, non ci sia un residuo di ideologia, lo schema della differenza antropologica di moralistica memoria, quell’ideologia che i gay li espelleva dalle sezioni, in occidente, li ha fucilati, a Cuba, e li considerava soggetti asociali nel mondo del comunismo realizzato? Ci hai pensato?




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10 gennaio 2008

Ma anche? Neanche..

A giudicare dall'intervento del Papa di oggi, Wonder Walter con la sua posizione rispetto al registro delle unioni civili è riuscito a scontentare sia il mondo laico sia il sommo pontefice: direi che siamo passati dal "maanchismo" al "neanchismo". Un capolavoro!

Questa invece l'ho letta sul Riformista: è stato il suggerimento di Chelsea a salvare Hillary, quando le ha gridato: "Mamma, la Turco!".




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10 gennaio 2008

Caro Veltroni, ma perché sull'aborto come interlocutore hai scelto Ferrara?

Questo mio articolo è pubblicato oggi a pagina 2 del Riformista.



Caro Veltroni, ma perché sull'aborto
come interlocutore hai scelto Ferrara?

di Andrea Benedino

Forse sono l'ultimo a dover parlare. Non sono donna, non sono padre e non sono neppure eterosessuale, e di conseguenza non vengo considerato come naturalmente predisposto alla procreazione. Però l'idea che il segretario del mio partito scelga come interlocutore per discutere di aborto Giuliano Ferrara (che peraltro non ha molti titoli più di me a questo riguardo) mi urta nel profondo, perché va di fatto a riconoscere una patente di legittimità alle posizioni di chi, con la sua proposta di «moratoria», ha equiparato di fatto quelle donne che abortiscono a delle assassine, o peggio a dei «boia». Certo, Veltroni nella sua lettera al Foglio difende la 194, e certo, difende pure a spada tratta la posizione della ministra Turco, e certo, essendo noi tutti dei veri e autentici democratici, a un sano dibattito non diciamo mai di no, ma perché proprio Ferrara?
L'ho già scritto altre volte: reputo Walter Veltroni troppo intelligente e troppo attento all'importanza della comunicazione per non comprendere come il valore simbolico della sua disponibilità a incontrare Giuliano Ferrara per discutere della moratoria dell'aborto sia infinitamente superiore al contenuto della posizione politica da lui espressa nella sua lettera al Foglio . Perché rischia di rappresentare la prima vera breccia in quel muro che da decenni impedisce alle forze clericali di questo paese di mettere le mani sulla 194, che poi significa mettere le mani sul corpo delle donne, sulla loro libertà di scelta e di autodeterminazione e più in generale sul valore di uno Stato laico che si rifiuta di trasformarsi in Stato etico. Perché era assolutamente logico pensare che nella folle strategia di conquista di un consenso egemonico nella società da parte delle gerarchie ecclesiastiche, dopo il risultato che è sotto gli occhi di tutti di aver impedito qualsiasi nuova legge che ampliasse i diritti civili dei nostri cittadini (dalla procreazione assistita, al testamento biologico, al divorzio breve, alle unioni civili) il passo successivo sarebbe stato quello di provare a mettere le mani, magari servendosi dell'aiuto di qualche ateo devoto, su quella legge - la 194 - che nell'immaginario collettivo di questo paese ha rappresentato e ancora rappresenta, assieme alla legge sul divorzio e al nuovo diritto di famiglia, quel complesso di leggi che hanno emancipato l'Italia dal condizionamento eccessivo della Chiesa cattolica nella vita dei cittadini.
Viene quindi da pensare che il senso di questo gesto apparentemente folle se non "contro natura" di Veltroni stia proprio lì: nel segnare un passo avanti verso l'apertura di un dialogo che possa consentire a quelle forze di provare a piantare con forza una bandierina, seppur piccola, sulla cima della 194, magari nella speranza che possa col tempo provocare quella valanga da essi auspicata in grado di trasformare per sempre il valore che quella legge rappresenta per le donne italiane, e più in generale per i laici di questo paese. Nel rendere palese all'opinione pubblica che nemmeno la 194, per quanto difesa e sostenuta a parole, può più rappresentare quel santuario inviolabile che finora è stata per le donne e i laici di questo paese, perché della sua riforma si può e si deve discutere, addirittura con i peggiori interlocutori.
Di questo stiamo discutendo in realtà, non di altro. Di come attraverso una serie di gesti simbolici - il voto contro il registro delle unioni civili a Roma e appunto il dialogo con Ferrara sulla moratoria degli aborti - la nuova stagione inaugurata da Veltroni stia mutando nel profondo il Dna della sinistra democratica e laica di questo paese.
Bene ha fatto quindi il presidente nazionale dell'Arcigay Aurelio Mancuso nei giorni scorsi, in un articolo scritto con perfida e sapiente ironia, a chiedere anch'egli un confronto alla pari di Ferrara con la Commissione che sta scrivendo il Manifesto dei Valori del Pd. Bene farebbero a chiedere un confronto serrato con Veltroni il movimento delle donne, gli scienziati, i medici, i ricercatori. Perché da troppo tempo questo partito (e anche quelli che l'hanno preceduto) non parla più coi movimenti e non si confronta con la realtà della vita delle persone, troppo chiuso com'è nella sua fortezza assediata. Perché il rischio che corriamo è che questo Pd dialoghi e interloquisca solo con chi alza la voce con prepotenza, con chi non si fa scrupolo di strumentalizzare il dramma delle donne che abortiscono pur di affermare il proprio dominio sull'agenda politica del paese. Perché ha ragione Mariella Gramaglia quando afferma che «la ragione per cui la moratoria dell'aborto sta nell'agenda politica è che la signoria dell'immaginario collettivo e dei canali attraverso cui si struttura è saldamente nelle mani degli uomini».
È un bene quindi che i laici del Pd - come annunciato nell'appello promosso da Barbara Pollastrini, Salvatore Veca, Gianni Cuperlo, Miriam Mafai e tanti altri tra cui chi scrive - stiano finalmente iniziando a organizzarsi, a esprimere con forza le loro preoccupazioni per questa fase confusa che stiamo attraversando. Non si tratta affatto di rinchiudersi in un recinto identitario, ma piuttosto di ridare una voce chiara e forte a quelle tante e a quei tanti che in questi mesi una voce non l'hanno avuta, che non capiscono più cosa sta succedendo, e che rischierebbero di trovarsi presto senza un partito di riferimento se nel Pd non venissero fissati paletti chiari su diritti civili, laicità ed etica. Perché è proprio l'assenza di questa voce che consente a chi urla più forte di farsi ascoltare e di divenire l'unico vero interlocutore. Perché è importante che Veltroni sappia, quando incontrerà l'orco Ferrara, che saranno in tante e tanti in quel momento nel Pd a pensare, come io penso, «not in my name».

componente commissione nazionale Manifesto dei Valori del Pd




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9 gennaio 2008

I laici del Pd: «Nessun cedimento su etica e diritti»

Questo è il testo di un appello, sottoscritto anche da me, pubblicato oggi a partire dalla prima pagina sull'Unità e che dovrebbe sfociare in una grande iniziativa pubblica ai primi di febbraio.




I laici del Pd: «Nessun cedimento su etica e diritti»


Si discute molto di laicità, diritti civili e temi «eticamente sensibili». Lo si fa sui giornali, con saggi, nelle istituzioni, nei partiti. Lo fanno le religioni. Lo fa la Chiesa cattolica. E ovviamente la politica. «Dico», «Cus», testamento biologico, fecondazione assistita, interruzione volontaria della gravidanza, rispetto dell’orientamento sessuale e lotta all’omofobia, il grande capitolo della convivenza: da mesi sono alcuni temi del confronto politico e pubblico. Per molte ragioni è una discussione inevitabile. Quegli argomenti, infatti, alludono a domande di «senso» fondamentali per la democrazia e per l’autonomia della politica. Per classi dirigenti che sentano l’onere di contribuire a una nuova etica pubblica. Questa discussione ovviamente accompagna, e per certi versi scandisce, la nascita del Partito Democratico. Ne interroga scelte e cultura politica. Pensiamo sia una riflessione strategica per l’avvenire del progetto.
E però scorgiamo una sovrapposizione di concetti che ci preoccupa. Il punto è che si scambia di frequente la richiesta di legittimi diritti civili per tematiche etiche. L’effetto è che l’estensione arbitraria, o comunque non sufficientemente argomentata, della sfera eticamente sensibile rende più confusa la discussione e la ricerca di un approdo condiviso anche dentro il centrosinistra.
A questa difficoltà se ne somma una seconda legata al processo costituente del Partito Democratico. La riassumiamo così. Quale dev’essere, o può ragionevolmente diventare, l’equilibrio tra il pluralismo delle posizioni interne al nuovo partito e la scelta dei principi costitutivi che definiscono oggi la cultura politica delle Democratiche e dei Democratici? Su questo piano manifestiamo la nostra inquietudine.
Guardiamo ad esempio con qualche timore a posizioni, certamente minoritarie nel Pd e nella società italiana, che restituiscono all’omosessualità una patente di malattia da curare, concetto abbandonato da tutte le democrazie occidentali anche in seguito alla chiara affermazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Più in generale viviamo come un limite la difficoltà del nuovo partito di elaborare sul terreno della cittadinanza, dei diritti e delle responsabilità del singolo, una chiave indispensabile della propria identità.
Il che non equivale all’imposizione di un unico punto di vista su questioni complesse, ma esige appunto un chiarimento sul significato di termini decisivi per il vocabolario e l’azione del Pd, e dunque per la sua idea di progresso e modernità. Ne indichiamo alcuni. I diritti umani e civili. Il valore della persona, la sua libertà e responsabilità. L’autonomia femminile. L’indipendenza e il principio di precauzione della scienza, l’autonomia dei pazienti nella scelta delle terapie come indicato dalla Costituzione. La cittadinanza piena e il contrasto a ogni forma di discriminazione, sia essa di origine etnica, di genere, di appartenenza religiosa o culturale, di orientamento sessuale.
Crediamo che questi temi siano determinanti per la crescita civile ed economica dell’Italia e sentiamo il dovere di alimentare questa discussione nel processo costituente del nuovo partito. Intendiamo farlo nel rispetto delle regole che il nuovo statuto definirà. Decideremo insieme se si tratterà di un forum, di un associazione o di altro. Ma è comunque sulla base di un’esigenza di confronto, approfondimento e chiarezza che abbiamo deciso di promuovere un primo seminario su questi temi e sul percorso da avviare nelle prossime settimane.

Barbara Pollastrini, Salvatore Veca, Miriam Mafai, Albertina Soliani, Sergio Staino, Alessandra Kustermann, Gianni Cuperlo, Bianca Beccalli, Carmen Leccardi, Furio Colombo, Ignazio Marino, Carlo Feltrinelli, Andrea Benedino, Valerio Zanone, Stefano Ceccanti, Fabrizio Onida, Francesca Zajczyk, Graziella Pagano, Franca Bimbi, Emilia De Biasi, Ivana Bartoletti, Cini Boeri, Marilena Adamo, Moni Ovadia, Stefano Boeri, Guido Calvi, Luigi Manconi, Tobia Zevi, Mercedes Bresso, Luciano Pizzetti, Salvatore Bragantini, Sergio Lo Giudice, Carlo Fontana, Giovanna Martano, Franca Chiaromonte, Stefano Fassina, Michele Rotondo, Marina Calloni, Magda Negri, Maria Fortuna Incostante, Fulvio Tessitore, Elio Matassi, Eva Cantarella, Ferruccio Capelli, Marilisa D’Amico, Carmelo Meazza, Paola Concia, Walter Tocci, Romana Bianchi, Fausto Raciti, Lidia Ravera, Agostino Fragai, Giovanna Borrello, Vittorio Sgaramella, Stefano Passigli, Daria Colombo, Khaled Fouad Allam, Brunella Celli, Alfonsina Rinaldi, Giovanna Rosa, Sesa Amici, Silvana Giuffrè, Manuela Ghizzoni, Marcella Marcelli, Bianca Gabrielli, Luigi Duse, Tiziana Agostini, Pina Fasciani, Vitantonio Ripoli, Rosanna Abbà, Sara Paladini, Valeria Ajovalasit, Massimiliano Panarari, Roberto Speranza, Antonio Ricci, Matteo Cazzulani, Stefano Draghi, Lucia Codurelli, Cinzia Fontana, Delia Murer, Rosa D’Amelio, Anna Palma Gasparrini, Gabriella Ercolini, Giovanni Colombo, Gianni Pittella, Roberto Cuillo, Susy Esposito, Anna Rossomando, Carole Beebe Tarantelli, Susanna Cenni, Ada Cremagnani, Rosalba Benzoni, Ada Lucia De Cesaris, Francesco Rossi, Eugenio Marino




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8 gennaio 2008

Gli uomini fanno l’agenda perciò si parla di aborto

Vi segnalo questo splendido articolo di Mariella Gramaglia che comparirà sul Riformista di domani. 

Gli uomini fanno l’agenda
perciò si parla di aborto
di Mariella Gramaglia
Ho deciso di non sprecare un solo minuto di tempo nello sport tutto italiano di cercare in ogni dibattito il retrogusto amaro della politica politicante. Assumo come interamente valida l’onestà intellettuale di Giuliano Ferrara nel lanciare la moratoria sull’aborto e credo nel dolore dell’ex direttore dell’Unità Giuseppe Caldarola di fronte a ciò che gli appare come pigrizia della sinistra di fronte alla spaziosità teorica delle riflessioni di Benedetto XVI.
Ciò che mi interessa, e talvolta mi stupisce, invece, è l’uso che dell’intelligenza e della sensibilità fanno molti uomini impegnati nella sfera pubblica e la cui personalità spesso coincide con la sfera pubblica. Nel ripensare all’aborto dal 1978 ad oggi, parlano di libri, di svolte teoriche, di riflessioni filosofiche, di letture che li hanno illuminati.
Noi, ragazze degli anni settanta che abbiamo camminato per le strade con loro e i loro coetanei, anche se siamo di buone letture, pensiamo a visi, a storie, a dolori. Sappiamo che, se abbiamo abortito, lo abbiamo fatto perché le nostre madri e i nostri padri non ci hanno dato nessuna chiave per stare al mondo da libere e da uguali e perché i nostri compagni-amici erano troppo impegnati a scalare ogni cielo che si offrisse ai loro ramponi per aiutarci per tempo nella strada dell’autonomia, unica chiave per la responsabilità. Siamo orgogliose della cura minuziosa, sollecita, condivisa, che ha permesso che le nostre figlie non abortissero, che governassero il loro corpo e la loro coscienza con una maturità che a noi non era data. Nessun filosofo ce lo ha insegnato, nella sfera pubblica questa vittoria silenziosa non si è potuta esibire, ma per fortuna le statistiche ce ne danno merito. Non sono le nostre ragazze, che hanno fatto i loro studi e parlato fitto fitto con la mamma a quindici anni, a far la fila nei reparti di ostetricia. Sono le povere, le nere, le immigrate, le vittime della solitudine e dell’instabilità, quelle a cui tutto è stato tolto e, insieme a tutto ciò che è materiale, il calore della cura e dell’ascolto.
Badate bene: il problema non è come orientiamo la compassione nella sfera morale di ciascuno di noi, ma come orientiamo l’immaginazione collettiva, su cui poi produciamo scelte e norme, nella sfera pubblica. Io mi sono abituata, non solo a rispettare, ma a condividere le sollecitudini quotidiane di culture che non toccano cibo che non sia vegetale in nome di quel valore della connessione di tutte le forme di vita che anima anche i fautori della moratoria. E tuttavia, se devo esercitare la mia immaginazione, forse perché malata di concretismo femminile, mi riesce più facile identificarmi con Isoke Aikpitanyi, l’incredibile ragazza schiava nigeriana che racconta in un libro la sua vita di prostituta disperata a Torino, che non con un embrione. Quanti milioni di uomini sadici consentono che migliaia di ragazze traballino sui tacchi in mutande, nel gelo, stuprate, costrette all’aborto decine di volte, sbattute a battere, se non abortiscono, fino al nono mese di gravidanza? Non faceva parte dell’utopia della nostra generazione che fossero uguali alle nostre figlie, e non solo davanti a dio? Perché, dunque, non una moratoria della prostituzione coatta, posta nell’agenda politica con la stessa enfasi della liberazione degli schiavi nell’ottocento?
O perché non una moratoria del lavoro dei bambini? Io li ho visti in India, a migliaia, nelle cave, nelle officine fra gli acidi, e ho una certa dolorosa facilità a far lavorare la mia immaginazione al loro fianco. E tuttavia Giuliano Ferrara, alla saggia obiezione di Giuliano Amato che sarebbe bene amare i bambini almeno quanto gli embrioni, se la cava rapido: qui la Chiesa svolge già «il suo dovere missionario». Ma non era della sfera pubblica e politica che stavamo parlando? Delle responsabilità dei laici rispetto ai valori? Anche sull’aborto la Chiesa svolge già i suoi doveri di magistero e di impegno missionario. O no?
La verità è che la moratoria dell’aborto sta nell’agenda politica, mentre il dolore delle prostitute e dei bambini no. E la ragione per cui sta nell’agenda politica è che la signoria dell’immaginario collettivo e dei canali attraverso cui si struttura è saldamente nelle mani degli uomini. E gli uomini hanno paura: della disperata povertà morale del nostro paese e della nostra sfera pubblica, del poco tempo che resta in tante vite adulte per rammendare i disastri di mille appassionate dissipazioni e della poca cura che si è dedicata alla vita e alle vite. E, avendo paura, fischiano nel buio: si affidano a una bianca mantella e riconsegnano alla madre e alle madri la sollecitudine del riscatto. Tuttavia, come spesso accade loro, hanno anche fretta, non hanno tempo per le persone: devono correre, “trascendere”, sistemare i ramponi per la prossima scalata, gettare il cuore oltre l’ostacolo. E perderlo.




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8 gennaio 2008

Ma anche no..

Veltroni ha annunciato in una lettera che comparirà domani sul Foglio che pur difendendo la 194, ritiene di accogliere l'invito di Giuliano Ferrara ad incontrarsi. Mi viene un unico commento così su due piedi: MA ANCHE NO!!




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7 gennaio 2008

Le controindicazioni di Zapatero

Oggi vi segnalo questa notizia di agenzia tratta da un articolo di El Pais, tra i principali quotidiani spagnoli. Mi sembra un tema su cui vale la pena di riflettere. 



Apc-SPAGNA/ DIRITTI OMOSESSUALI: FORTI CONTRASTI NEL PAESE (EL PAIS)

Madrid, 7 gen. (Apcom) - Non basta una legge a rendere un paese moderno: la normativa che ha permesso la celebrazione in Spagna del matrimonio omosessuale, equiparandolo in tutti gli aspetti giuridici a quello eterosessuale, e' stata 'appoggiata', secondo un'inchiesta del Cis (Centro di Indagini Sociologiche) dal 70% degli spagnoli, ma all'interno della societa' iberica, scrive oggi El Pais (quotidiano progressista, vicino ai socialisti) sopravvivono forti contraddizioni e numerose resistenze al riconoscimento della trasformazione della famiglia tradizionale.
E, secondo le associazioni per i diritti di gay, lesbiche e transessuali, le leggi progressiste del governo Zapatero avrebbero, come controindicazione, alimentato una reazione omofoba in seno alla societa' spagnola.

Pedro Zerolo (nella foto), politico socialista madrileno e paladino storico dei diritti degli omosessuali, sottolinea che nel 40% degli 8000 matrimoni omosessuali celebrati sino ad oggi spicca l'assenza della famiglia degli sposi. E ricorda che a volte la lotta per la fine delle discriminazioni contro gli omosessuali e' legata ad altre battaglie ancora in corso, come quella per la parita' dei diritti di genere.

Il giornale iberico ricorda come nell'ambiente ecclesiastico si renda spesso evidente la persistenza di atteggiamenti omofobi, ma evidenzia come le discriminazioni non siano limitate solo ai settori oltranzisti. Al contrario, tra i giovani sarebbe particolarmente diffuso il rifiuto delle diversita' di orientamento sessuale che non rendera' la 'vita facile' nemmeno agli omosessuali del futuro.

In questo senso El Pais cita uno studio realizzato nelle Isole Canarie e a Madrid e che ha coinvolto 4636 ragazzi dagli 11 ai 19 anni: la maggioranza avrebbe dimostrato di non accettare l'omosessualita'. Tra le altre cose, il 64% degli intervistati non crede opportuno un bacio in pubblico di due persone dello stesso sesso e un 16,3% cambierebbe il proprio posto se sapesse che chi gli siede a fianco e' un gay, il 12% se e' bisessuale, un 8,3% se e' lesbica e un 18,7% se transessuale.

Jesus Generelo, responsabile dell'area Educazione della Cogam (il Collettivo di Gays, Lesbiche, Transessuali e Bisessuali di Madrid), crede che "l'educazione sarebbe la soluzione, ma tardera' nel dare frutti". Anche se il governo spagnolo ha gia' iniziato la 'battaglia culturale' con l'introduzione di una nuova disciplina, Educazione alla Cittadinanza, una materia in cui, tra le altre cose, verranno impartite lezioni sui modelli di famiglia esistenti riconosciuti dalla legge, includendo le famiglie omosessuali recentemente riconosciute dal diritto pubblico spagnolo.




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5 gennaio 2008

«Perché tanta prudenza? Veltroni difenda la laicità del Pd»

Vi segnalo questa splendida intervista della mia presidente all'Unità, che sottoscrivo parola per parola.



MERCEDES BRESSOLa presidente del Piemonte alla Cdl:«Questo è un dibattito strumentale, altro che coscienza». A Binetti: «O fa il legislatore o si dimette»

«Perché tanta prudenza? Veltroni difenda la laicità del Pd»

di Maria Zegarelli / Roma
Non le piace il silenzio del segretario del Pd. Non le piace il modo in cui la politica si lascia influenzare dalla Chiesa. Mercedes Bresso, presidente del Piemonte, entra nel dibattito sulla legge 194, e dice che siamo di fronte «a una provocazione a fini elettorali, altro che coscienza..». Ma non lesina critiche neanche al suo partito: «Se continua così non so se mi iscriverò».
Presidente, Ruini ha parlato, Ferrara ha rilanciato e la politica litiga sulla legge 194. Commenta?
«Intanto non mi aspettavo proprio questa polemica. Trent’anni di 194 hanno dimostrato che è una legge ben fatta, che ha funzionato riducendo drasticamente gli aborti. Trent’anni fa eravamo un paese dove c’erano una quantità enorme di aborti clandestini con tutto quello che significava per la salute psichica e fisica delle donne. Oggi il numero degli aborti è diminuito del 60% malgrado il gran numero di immigrate che ricorre all’interruzione di gravidanza, molto spesso per ragioni drammatiche, conseguenza dello sfruttamento della prostituzione o dell’assoluta mancanza di informazione. La legge 194 prevede che la donna sia aiutata, informata sulla possibilità di tenere il bambino, di poterlo dare in adozione, di adottare misure anticoncezionali. Evita che si ricorra più volte all’ivg».
Monsignor Bagnasco sostiene che è giusto rivedere le norme. Lei è d’accordo?
«Sul fatto che si possano rivedere le leggi non ci sono problemi. Il punto è un altro: mi sembra poco chiaro l’obiettivo. La richiesta di moratoria invece è una stupidaggine: siamo in Europa, con le frontiere aperte: si può andare ad abortire dove si vuole, proprio come sta avvenendo con la fecondazione assistita. Stiamo allora parlando di un principio morale? Si vuole fare dell’Italia un paese fondamentalista cattolico, dove si vieta l’aborto per ragioni ideologiche? Se invece, secondo alcuni, c’è qualcosa nella legge che non va, allora si facciano proposte. Quello su cui non si può discutere è la coercizione sulle donne, l’obbligo a portare avanti una gravidanza, o di parlare con le associazioni in difesa della vita quando ci si reca in un consultorio. In ogni caso non può essere un cardinale a porre la questione».
Non sarà anche responsabilità della politica italiana se il dibattito è condizionato dalle gerarchie ecclesiastiche?
«Non c’è dubbio su questo. Ci sono dei politici che non appena il Vaticano si pronuncia, trasferiscono il dibattito in Parlamento».
Buttiglione propone di sottoporre ad autopsia il feto malato abortito in seguito a una diagnosi prenatale...
«La trovo una proposta assurda. Siamo diventati pazzi? L’aborto in Italia non è terapeutico, è anche terapeutico. Può essere uno dei motivi che inducono la donna a chiedere l’aborto ma non l’unico. Cosa succede se una donna a cui è stata diagnosticata una malattia genetica, nella sua autonomia, decide di abortire perché non se la sente di mettere al mondo una persona con forti problemi psichici o fisici, e poi l'autopsia prova che il feto era sano? Sarebbe una forma di violenza contro le donne. L’autopsia, poi, non può essere obbligatoria. Ma di cosa stiamo parlando?»
Arriviamo al Pd. Binetti difende le sue ragioni e sostiene che si può arrivare ad un punto di sintesi. Lei ne è convinta?
«Si può arrivare a una sintesi solo se posizioni come quelle della Binetti vengono censurate. Si possono avere posizioni personali diverse rispetto al partito ma quando si tratta di svolgere il ruolo di legislatore nazionale si deve tenere conto del bene del paese e non delle proprie convinzioni. Il legislatore rappresenta il paese senza vincolo di mandato. Binetti non è costretta a fare il legislatore, può sempre dimettersi e andare a fare la suora. Tra l’altro lei rappresenta anche me nel partito. Non si può far finta di non aver votato un programma, aderito ad una coalizione. La 194 non era nel programma».
Come dovrebbe schierarsi il Pd su questa vicenda?
«Se continua così non mi iscrivo - anche se non so bene come funzioneranno le cose, se ci si iscriverà oppure no. Dal segretario mi sarei aspettata un comportamento diverso. Capisco che abbia la necessità di mediare una situazione molto complessa, però delle posizioni chiare, che ricordino i principi in base ai quali stiamo insieme, vanno ribadite. Noi abbiamo raggiunto un complesso compromesso che riguarda il nostro modo di stare insieme, con posizioni di coscienza diverse, ma uniti nell’azione politica e nel riaffermare la laicità e l’indipendenza dello Stato e del nostro partito nei confronti della Chiesa cattolica e di qualunque altra chiesa. Non possiamo cadere in queste provocazioni».
Bresso, lei non crede nella buona fede di Giuliano Ferrara?
«No, nella maniera più assoluta. È un provocatore. Quelli del centrodestra, poi, guardano soltanto agli interessi elettorali, altro che coscienza...»




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4 gennaio 2008

Sinistra, il sonno dei laici

Vi segnalo questo bell'articolo di Gian Enrico Rusconi sulla Stampa di oggi, dove compare anche un altrettanto bell'articolo di sua moglie Chiara Saraceno che trovate a questo link.

Sinistra, il sonno dei laici

GIAN ENRICO RUSCONI

Il Partito democratico è colto impreparato dall’apertura del nuovo fronte della laicità. Talvolta sembra infastidito, convinto di avere cose più serie di cui occuparsi. Così si lascia dettare temi, argomenti e stile comunicativo dagli avversari. Paradossalmente si tratta anche di avversari interni o «entristi», come diceva una volta la sinistra militante. Non saprei infatti come definire diversamente Paola Binetti. Talvolta i teodem danno l’impressione di voler tenere sotto ricatto la direzione del Partito democratico e virtualmente lo stesso governo. Come si è visto con il comportamento della stessa Binetti in Senato.

Eppure sui temi dell’etica pubblica il presidente del Consiglio, tanto loquace e pugnace in queste settimane, sta zitto. Lo stesso Walter Veltroni non si espone molto. Sono intimiditi oppure i due leader non sanno che cosa dire, al di là delle rituali dichiarazioni di principio sulla laicità?

Il loro silenzio fa una pessima impressione. Non hanno capito che la congiuntura culturale sta cambiando? Ma hanno gli strumenti concettuali per affrontare la situazione? Sembra di no, se si legge lo striminzito testo programmatico sui valori laici del partito, preoccupato più di rassicurare gli uomini di Chiesa che di definire con chiarezza la tanto decantata «nuova laicità».

Prodi sembra fermo alla sintesi laici-cattolici che è stata elaborata con successo qualche decennio fa dai «cattolici democratici». Era una sintesi in grado di affrontare la transizione alla nuova società secolarizzata sotto il segno delle attese postconciliari e della «fine delle ideologie». Ma questa sintesi è entrata in difficoltà dinanzi alle nuove problematiche bioetiche degli Anni Novanta e del nuovo millennio. (Ne è testimone l’imbarazzato ripiegamento su se stessa dell’Associazione del Mulino, un gruppo culturale composto tradizionalmente di laici e cattolici, che avrebbe potuto guidare con autorevolezza la nuova fase).

Parallelamente Walter Veltroni coltiva anacronisticamente una sindrome togliattiana, senza rendersi conto che questa è ormai fuori tempo e fuori luogo. Togliatti ragionava da politico in un contesto dominato dalla questione sociale, dalla faticosa maturazione democratica del movimento comunista. In un Paese che aveva assoluto bisogno di stabilità e di consenso sui valori politici di fondo per costruire il proprio futuro. Parte essenziale di questa politica erano le strategie di intesa con il partito dei cattolici e, al di là di esso, con la Chiesa, anche su valori di costume, condivisi dalla stragrande maggioranza della popolazione, a prescindere dalle differenze politiche. Ma questa fase è conclusa mentre sono cambiati gli italiani stessi (giovani, donne, famiglie) che hanno maturato comportamenti diversi.

Essere laico oggi non significa fare dichiarazioni di credenza personale, ma prendere un impegno collettivo verso tutti i cittadini come tali, perché orientino le loro condotte di vita senza imporre o subire limitazioni improprie - siano essi credenti, non credenti e diversamente credenti -. E senza che siano diffamati moralmente. A questo proposito è tempo di smettere una volta per tutte di ripetere meccanicamente nel dibattito pubblico la coppia antagonista «credente/non credente», considerando quest’ultimo termine come il vero sinonimo di laico. Con relativo sospetto morale. Non si tratta di fare rivendicazioni su chi, a prescindere dall’adesione ad una religione formale, ha comunque una fede più o meno autentica (come talvolta sono tentati di fare alcuni laici).

Il punto è prendere sul serio gli uomini di Chiesa quando dichiarano enfaticamente di muoversi su un piano di mera razionalità, e dunque di laicità, mentre in realtà sospettano di mala moralità chi non la pensa come loro.

Oggi per certi cattolici la Repubblica non è più «fondata sul lavoro», ma sulla famiglia (ovviamente «naturale» nel senso da essi perentoriamente definito). In questo contesto nel Partito democratico manca un fermo e sereno pronunciamento di cultura laica. Parlo di orientamento propositivo, affermativo, non meramente difensivo, come sta accadendo in questi giorni anche di fronte ai propositi di revisione della legge sull’aborto. Intendiamoci: non si tratta di fare un catechismo laico, ma di sostenere energicamente nel discorso pubblico i valori, istintivamente diffusi tra milioni di donne e di uomini, circa i nuovi spazi di libertà, di autonomia e di responsabilità personale, che sono garantiti dalla pratica dei principi laici. Spazi che non mortificano minimamente i convincimenti e i comportamenti dei cattolici che seguono la dottrina della Chiesa. È questo discorso pubblico laico che ci si aspetta dai leader del partito democratico, non tatticismi presuntivamente togliattiani.




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Nome
Andrea Benedino

Età
33

Attività
ex assessore sistemi educativi Ivrea, ex portavoce nazionale GAYLEFT, ex componente Commissione per il Manifesto dei Valori del PD, per ora ancora componente segreteria regionale PD Piemonte (finchè non mi cacciano)

Film preferito
"I segreti di Brokeback Mountain"

Libro preferito
"Le ore" di Michael Cunningham

Saggio preferito
"L'ascesa della nuova classe creativa" di Richard Florida

Cantantesse preferite
Tracy Chapman, Tori Amos, Edie Brickell, Fiorella Mannoia

Leaders politici preferiti
Josè Luis Rodriguez Zapatero, Sègoléne Royal, Michelle Bachelet

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