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Amo in te l'impossibile, ma non la disperazione (Nazim Hikmet)


Diario


30 settembre 2008

Nancy prima donna eclissa Hillary e Sarah



Vi segnalo questo bell'articolo di Maria Laura Rodotà sul Corriere di oggi sul ruolo svolto da Nancy Pelosi nelle trattative per l'approvazione del piano "salva-Wall Street".
Vi ricordo anche l'appuntamento per lunedì 13 ottobre alle 21 al "The Beach"  di Torino per la serata "Torino for Obama", organizzata assieme agli amici dell'"Americans in Italy for Obama". Ho saputo stamattina che con ogni probabilità avremo anche un intervento telefonico di un importantissimo esponente dei Democratici americani, o un ex ambasciatore in Italia o addirittura una governatrice. A giorni il programma definitivo.




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21 settembre 2008

Torino for Obama



Questa mattina sulla cronaca di Torino di Repubblica è uscito questo articolo che racconta del gruppo di americani residenti a Torino che si stanno impegnando nella campagna di Obama (fanno parte degli Americans in Italy for Obama). Li ho incontrati qualche giorno fa e con loro stiamo organizzando anche un piccolo evento che dovrebbe svolgersi il prossimo 13 ottobre (dove ancora non si sa). E' davvero bello vivere la politica in modo cosmopolita, sentendosi parte di un movimento che va al di là delle frontiere. La speranza in una vittoria di Obama è soprattutto per noi la speranza in un vento di cambiamento che possa contagiare anche l'Europa e la nostra povera Italia. 




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18 settembre 2008

La Raffa Milleluci




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12 settembre 2008

Change the world




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10 settembre 2008

Sarah Barracuda

Vi propongo questa splendida "Amaca" di Michele Serra da Repubblica di oggi.




Gli analisti internazionali devono mettersi d´accordo, una buona volta: è "pitbull" oppure "barracuda" il cordiale nomignolo della signora Palin, vice di McCain e dunque (non fatevi illusioni) prossima vicepresidente degli Usa? E se fosse "coguaro", o "piranha", o "crotalo", a seconda della fauna delle zone visitate, tutte comunque rigorosamente yankee perché la signora non ha mai messo il naso fuori dagli Stati Uniti (neanche per invadere un Paese straniero)? Se si vogliono simpaticamente indicare la dentatura e il carattere mordace, direi comunque che la sottolineatura è pleonastica. Trattasi – a prima vista – di una di quelle feroci massaie che coltivano i gerani a sberle, e sanno per filo e per segno come si deve vivere e come non si deve assolutamente. Si facesse anche chiamare "cuoricino", sarebbe comunque un tipo da museruola.
La natura splendidamente reazionaria della Palin non è sfuggita, ovviamente, al Foglio di Giuliano Ferrara, che ne ha fatto subito un santino: non se ne perde una, Ferrara, di queste icone della restaurazione mondiale. Per diventare un idolo del Foglio basta essere molto di destra, religioso fervente, antiabortista e soprattutto passare con il caterpillar sopra le poche rovine residue del pensiero democratico. Dio, Patria, Famiglia: siamo ancora lì, sempre lì. E se non vi piace, preparatevi a farvelo piacere.




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2 settembre 2008

Vivere da gay, morire da etero

Pubblico questo meraviglioso articolo di Delia Vaccarello dall'Unità di oggi che mi ha emozionato. Lo considero la migliore risposta a Francesco Merlo.

Vivere da gay, morire da etero

TRAGICO epilogo per una coppia gay con figlio, che non viene definita tale. Domenico Riso, morto nel disastro di Madrid, per i media viaggiava con un amico. Come lui, tanti omo muoiono da etero. Ecco le storie

Si muore come si vive: è così per la verità che ciascuno di noi porta con sé anche quando va via. Ma ai funerali irrompe la storia ufficiale, l’immagine dell’estinto viene suggellata da chi resta con pochi tratti che passano per fedeli. Parole potenti, spesso le ultime pronunciate in pubblico sul conto di chi non c’è più. È uno dei momenti prediletti dal pregiudizio. Se trova terreno fertile, entra in campo. L’ultima scena esibita, prima di calare il sipario, è «rispettabile», non sempre rispettosa. Nel caso dei gay e delle lesbiche spessissimo si oscurano – salvo allusioni – i loro amori. Improvvisamente diventano quello che in vita non sono stati mai, se non nell’immaginario di chi li voleva tali. Se ai funerali ci sono il partner, la madre di lui, gli amici che sapevano, costoro diventano presenze che provano emozioni incomprensibili per gli altri, perché non condivise. Quanti si stringono intorno al dolore atroce di una scomparsa diventano un gruppo, e non solo un numero di persone, solo grazie all’empatia che può scattare quando non c’è l’omissione. «Per loro non ero nessuno» o, peggio, «ero da allontanare»: questo il senso delle storie che abbiamo raccolto. Lo abbiamo fatto perché in agosto un aereo si è schiantato all’aeroporto di Madrid e tra i tanti morti c’era un italiano con il compagno e il figlio di lui. Erano seduti a fianco. Sono passati per amici. È scoppiata una polemica sulla mancanza di informazione. Abbiamo assistito a un’omissione del valore delle relazioni, che sono risorse per l’intera società. Le testimonianze qui raccolte mostrano che accade più spesso di quanto si creda. Se le parole salvano la vita, se la vita è anche memoria, chi manipola la memoria uccide una seconda volta. Attenzione: questa non è «solo» una questione esistenziale. È politica. La politica, in America, in Italia, in tutto il mondo, con scelte precise può far emergere la realtà nascosta, ma viva. O al contrario, con scelte blande o solo di facciata, può lasciarla morire. Una, due, tre... infinite volte.

Sono una mamma umiliata

«Mamma Luigi è morto». «Ma che dici, stai scherzando?». Mio figlio era stato a lungo in attesa di una chiamata, poi un’amica gli aveva dato la notizia. Avevamo cercato subito la madre, ma al telefono non ci aveva detto nulla. Mi sono trovata accanto a mio figlio al funerale del suo compagno. Nessuno poteva conoscere il mio dolore. I genitori di lui mi avevano avvicinato poco prima dicendo: «I nostri figli erano amici e basta» e con le mani avevano fatto un gesto come a stabilire un confine, a dire: di qui non si passa. Accettai: era la condizione perché partecipassimo al funerale. Luigi per me era un altro figlio. Ascoltavo il prete e pensavo al mio dolore, pensavo al dolore del mio ragazzo. E non sapevo se soffrivo poco o troppo. Il loro legame interrotto da un malore era durato quattro anni. La madre di Luigi non aveva mai voluto incontrarmi. Ci sentivamo per le feste, per scambiarci gli auguri, ma solo per telefono. Luigi veniva spesso a casa nostra. Al funerale eravamo sulla panca in silenzio, incerti se far capire quanto soffrivamo, immaginando che gli altri si chiedessero: chi sono questi? E perché sono così sconvolti?. In genere dei morti non si ricordano le cose brutte così, per uno scherzo troppo amaro, non si doveva sapere dell’amore che aveva reso felice il giovane di cui tutti in quel momento piangevano la scomparsa. Io mi sentivo umiliata, io e mio figlio eravamo nessuno. Guardavo la madre di Luigi e dicevo: «Ma è questo il momento di pensare a cosa dirà la gente?». E poi aggiungevo: «A lei il figlio mancherà per tutta la vita». Anche a me manca Luigi, ogni tanto gli parlo e lo sento in mezzo a noi, come un tempo. Quando dopo un po’ siamo andati in visita a trovare la mamma di lui, lei capì subito che sarebbe stata la prima e l’ultima volta. Quando Luigi era vivo aveva mortificato tanti slanci per la paura del giudizio sociale. Morto Luigi, era ormai troppo tardi.

(Claudia B. che non si firma per mantenere quella tragica promessa)

L’innamorato di mio figlio

Ero da sola a casa la notte in cui seppi della morte di Federico. Allo squillo avevo intuito. La voce lontana e triste di mio figlio, in trasferta con il suo gruppo musicale negli Usa, mi toccò come una revolverata. «E’ morto si è suicidato». Andrea aveva avuto bisogno di comunicarmelo subito. Qualche tempo dopo avrei trovato nella tasca di una sua camicia da pulire la descrizione accurata del ritrovamento resocontata da un amico, come se Andrea avesse bisogno di fissarla nel tempo e nel luogo. Federico aveva scelto la modalità più scenografica per consegnarsi all’indifferenza del mondo: impiccato alla scala interna della villetta famigliare ove abitavano anche i nonni, nell’ora del pranzo. Fu trovato dal fratellino di ritorno da scuola. Un fratellino che lo aveva fatto sentire più solo che mai nato tanti anni dopo di lui. Coi genitori già da tempo il dialogo si era assopito per quelle misteriose interruzioni di corrente che annunciano l’arrivo dì una sindrome depressiva. Federico a soli 19 anni era convinto che «la vita è in mano ai furbi» isolandosi nella sua camera. Era spesso a casa mia Federico, lui e mio figlio si conoscevano dall’asilo. Sempre insieme. Mi era capitato di pensare che a Federico potesse piacere Andrea: l’omosessualità nel loro gruppo amici all’epoca delle medie inferiori era già assodata: Marco uno di loro non faceva mistero delle sue predilezioni. Un giorno Andrea me lo aveva comunicato con la crudezza e la ritrosia dei suoi 12 anni: «Marco è strano». Federico crescendo si faceva silenzioso, Marco si curava da vero gay dichiarato agli amici. Un giorno che Andrea non c’era Federico venne a casa. Capii dalle parole, dallo sguardo, da tutto. Andrea era il suo grande amore non corrisposto. Pensai alla madre di Federico, una donnetta timida e sottomessa al marito tutta presa dall’adorazione dell’ultimo nato. Fu terribile quando lessi negli annunci funebri per strada che Federico era spirato «dopo lunga malattia». Ma quale «malattia»? Quando chiesi ad Andrea mi guardò sfuggente e disse: «Si è suicidato per una delusione d’amore».

Anna Macchi

Il mio corpo invisibile

Avevo ventidue anni. La mia compagna e io eravamo in un bar con alcune amiche in una città del Nord. All’improvviso lei fu scossa da una crisi pazzesca e incomprensibile. Un malore sconosciuto. L’ambulanza arrivò in un lampo. Fu intubata in barella. Salii sull’ambulanza con lei. In ospedale la barella sparì alla mia vista. Dopo dieci minuti il portantino uscì dicendomi: «Sei qui per quella ragazza? É andata». Non era finita lì. Lei morì ancora. Di notte mi chiamarono i suoi parenti chiedendoci se ci drogavamo. All’obitorio, vidi il suo corpo steso sul lettino e, accanto al suo, il mio. Per gli altri ero invisibile. Uscii prendendo a calci il muro di mattoni rossi. Calci alle morti: alla prima, alla seconda, alle altre che presto sarebbero venute. Ai funerali il prete disse che era credente (falso). Accanto ai parenti era seduto l’ex fidanzato, lasciato da tre anni. Fu lui a ricevere le condoglianze. Dopo, in privato, lontano dai tanti sguardi in corteo dietro la bara di legno chiaro, alcuni familiari cercarono di sapere cosa ci avesse unite tanto. Tacqui. Quando andai a trovare la madre, lasciai sul tavolo della cucina tutte le foto che ci eravamo scattate: al mare, in corteo, in facoltà. Un mucchio alto quanto un vocabolario. Quel giorno cominciai a uccidere me stessa. Un’infinità di tempo dopo rinacqui e, con me, l’indelebile ricordo della sua inestimabile vita, delle sue numerose morti.

(Delia Vaccarello)

Andate via, non siete niente

Enrico ed Osvaldo vivevano insieme in una piccola casa nella campagna bergamasca da una decina d’anni. Un maledetto pomeriggio di 15 anni fa un incidente di moto portò via Enrico. La casa, comprata insieme ad Osvaldo, tutti i fine settimana si apriva per cene e feste. I parenti di Enrico non avevano mai accettato che il loro congiunto, architetto di successo, fosse gay e vivesse insieme a un maestro, di cui tra l’altro i genitori andavano fieri. La notizia della sua morte ci colpì come una spada infuocata. Mi precipitai in campagna. Nella casa un silenzio lancinante, rotto dai commenti sommessi di decine di amici ed amiche. Osvaldo era in cucina, con lo sguardo fisso. Appena mi vide disse: «Ho appena ricevuto la telefonata di Maria, non dovrò farmi vedere né in camera mortuaria, né al funerale. Sono persona non gradita». Il pianto non si fermò per istanti immensi . La famiglia d’origine intendeva uccidere la vita di Ernesto. Osvaldo non protestò, si abbandonò con noi per due giorni a vegliare un corpo lontano, un amore interrotto e negato. Ma un’ora prima del funerale, durante il quale dal pulpito un’amica d’infanzia di Ernesto ne avrebbe ricordato la vita, anche se non lo incontrava da decenni, ci vestimmo tutti da cerimonia. Allestimmo in cortile una tavola con tovaglie bianche e fiori d’ogni colore, come piacevano ad Ernesto, e da un registratore posto nel mezzo di un cerchio che avevamo formato, mano nella mano, abbiamo ascoltato «Ma il cielo è sempre più blu» di Rino Gaetano, pezzo che Ernesto adorava. Il giorno dopo, la «vera famiglia» di Ernesto andò al cimitero. C’erano le corone appoggiate vicino alla tomba, e lì la madre. Arrivarono anche il padre e i fratelli, e uno di loro urlò: «Tu non sei niente, voi non siete niente, andate via, Ernesto non vorrebbe mai che voi foste qui». In fondo aveva ragione, quello era stato l’addio ad un uomo etero: il nostro Ernesto non sarebbe mai stato lì. Oggi Osvaldo e io ci sentiamo di rado e a volte con fatica, ma una cosa ci accomuna: il cielo è sempre più blu ci provoca una tempesta emotiva incontrollabile.

Aurelio Mancuso
(presidente nazionale Arcigay)




permalink | inviato da andreabenedino il 2/9/2008 alle 20:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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Nome
Andrea Benedino

Età
33

Attività
ex assessore sistemi educativi Ivrea, ex portavoce nazionale GAYLEFT, ex componente Commissione per il Manifesto dei Valori del PD, per ora ancora componente segreteria regionale PD Piemonte (finchè non mi cacciano)

Film preferito
"I segreti di Brokeback Mountain"

Libro preferito
"Le ore" di Michael Cunningham

Saggio preferito
"L'ascesa della nuova classe creativa" di Richard Florida

Cantantesse preferite
Tracy Chapman, Tori Amos, Edie Brickell, Fiorella Mannoia

Leaders politici preferiti
Josè Luis Rodriguez Zapatero, Sègoléne Royal, Michelle Bachelet

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Dr House, Alias, Beautiful, Sex and the city, Will & Grace, 24, Lost, Brothers and Sisters, Desperate Housewives, Heroes, Ally Mc Beal, Boston Legal

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